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Non ho niente da nascondere

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“Io non ho niente da nascondere” me lo sono sentito dire talmente tante volte che ci ho messo un po’ a capire che non è una posizione. È un sintomo.

La dice chi è stanco. Chi ha smesso di chiedersi se il potere si stia comportando bene, segue le regole di base, si sente integrato, e sul resto ha già alzato bandiera bianca: fate quello che volete, tanto io sono a posto. È la frase che tira fuori la stanchezza quando finalmente parla. Questo articolo prova a dire cosa c’è sotto, e perché quella frase, oltre a essere sbagliata, è pericolosa proprio per chi la pronuncia convinto di essersi messo al riparo.

Sette volte la stessa frase

Ricapitolo in tre righe. Il 26 agosto 2026 Stato e Tesoro degli Stati Uniti hanno designato Autistici/Inventati come Specially Designated Global Terrorist ai sensi dell’Executive Order 13224, quello che colpisce chi ha “materialmente assistito, sponsorizzato o fornito sostegno finanziario, materiale o tecnologico” a un atto di terrorismo. È un atto amministrativo dell’esecutivo: nessun giudice, nessun processo, effetti economici lo stesso giorno. A/I è un’associazione di volontari che dal 2001 dà caselle di posta, spazio web e strumenti di comunicazione. Il resto sta nell’articolo del 27 agosto.

Dopo la parte generale, la scheda del Dipartimento di Stato fa un elenco numerato: sette casi, sette gruppi, sette accuse. Le riduco all’osso, perché una volta tolta la retorica sono la stessa frase scritta sette volte.

  1. Le cellule anarchiche dietro i sabotaggi ferroviari del 2026 in Francia, Italia, Germania e Paesi Bassi hanno usato strumenti di A/I per rivendicare gli attacchi, pubblicare comunicati e diffondere manuali per ordigni incendiari.
  2. La cellula dietro il sabotaggio dell’Oleodotto Transalpino di marzo ha usato strumenti di A/I per rivendicare, pubblicare comunicati e diffondere un manifesto che rimanda a un’altra piattaforma di A/I con manuali e mappe di infrastrutture.
  3. La rete che dal 2011 colpisce ferrovie e rete elettrica in Germania, compreso l’attacco a quella di Berlino di gennaio, ha usato strumenti di A/I per rivendicare, pubblicare comunicati e diffondere un manifesto. (La scheda aggiunge “una vittima”; gli inquirenti tedeschi non l’hanno confermata, come ho raccontato nel primo articolo.)
  4. Un gruppo mediatico di estrema sinistra usa strumenti di A/I per pubblicare comunicati e appelli di organizzazioni designate come terroristiche: FAI/FRI, Guardiani della rivoluzione iraniani, Hamas, Hezbollah, ELN, Jihad islamica palestinese e altre. Lo stesso gruppo è citato nella condanna a diciannove anni di un terrorista interno.
  5. Rose City Antifa, dall’Oregon, ha usato strumenti di A/I per organizzare e incitare – compreso, dice la scheda, un attacco a elicotteri della polizia di frontiera per cui c’è un’incriminazione federale – e per diffondere liste di doxing e dati personali di agenti dell’immigrazione.
  6. La cellula contro il centro di addestramento della polizia ad Atlanta ha usato strumenti di A/I per rivendicare, diffondere liste di doxing, minacciare funzionari e far circolare istruzioni per ordigni.
  7. “Jane’s Revenge”, che ha incendiato consultori negli Stati Uniti, ha usato strumenti di A/I per pubblicare comunicati e rivendicazioni e per incitare attacchi imitativi.

Adesso rileggetele. Il caso 5 è quello che si spinge più in là – “organizzare”, non solo rivendicare – ed è l’unico in cui la scheda lega un fatto preciso a un uso della piattaforma. Ma anche lì, quello che contesta ad A/I è di aver fornito lo strumento. In tutte e sette il verbo che riguarda il collettivo è quello: ha fornito il canale con cui quei gruppi hanno parlato. Rivendicare, pubblicare, diffondere, incitare, minacciare, organizzare: atti di comunicazione. In nessuno dei sette casi c’è scritto “A/I ha scelto il bersaglio”, “A/I ha costruito l’ordigno”, “A/I ha spostato i soldi”, “A/I sapeva”. E in quasi tutti, quello che è passato per quel canale è un testo – una rivendicazione, un comunicato, un manifesto, un appello – spesso pubblicato dopo l’attacco, cioè cronaca di un fatto già avvenuto.

Nella parte generale la scheda mette in fila i servizi come fossero un capo d’imputazione – “chat ed email cifrate, hosting, videoconferenza sicura e streaming, scudi per l’anonimato” – e li definisce, testuale, “specificamente progettati” per far restare quei gruppi “anonimi, non tracciabili e fuori dalla portata della legge”. La cifratura, l’anonimato, la videoconferenza sicura non compaiono come tecnologie. Compaiono come prove.

È come incriminare la compagnia telefonica perché i rapinatori si sono messi d’accordo al telefono. Solo che il telefono, per fortuna sua, lo usano anche a Washington.

“Non ho niente da nascondere”, e perché non regge

L’obiezione classica alla sorveglianza è: se non hai fatto niente di male, cosa ti importa che ti guardino. Il testo che la smonta meglio è di Daniel Solove, “I’ve Got Nothing to Hide” and Other Misunderstandings of Privacy, 44 San Diego Law Review 745, del 2007.

Solove dice: quell’argomento funziona a una condizione, che il danno da sorveglianza sia la rivelazione di un segreto imbarazzante. Se il danno è quello, chi non ha segreti imbarazzanti dorme tranquillo. Ma il danno non è quello, o non è solo quello. C’è l’aggregazione: dati singolarmente innocui che, messi insieme, dicono di te cose che tu non diresti. C’è l’esclusione: non sai cosa è scritto nel tuo fascicolo, non lo puoi correggere, non lo puoi contestare. C’è lo squilibrio: chi ti osserva decide cosa quell’osservazione significa, e tu non sei nella stanza.

Le designazioni come quella di A/I sono l’esclusione allo stato puro. Il fascicolo su cui si fonda la decisione può contenere materiale classificato che al designato non viene mostrato. Ti difendi da accuse che non puoi leggere per intero. È già successo, e lo hanno detto giudici americani: in KindHearts contro Geithner, nel 2009, e in Al Haramain contro Dipartimento del Tesoro, nel 2011, due enti non profit designati con lo stesso Executive Order 13224 hanno ottenuto che una corte riconoscesse la violazione del giusto processo. Erano entrambi con sede negli Stati Uniti. A/I no.

È Josef K. nel Processo di Kafka: arrestato una mattina, mai informato dell’accusa, mai messo in condizione di vedere le carte, e intanto tutti intorno a lui si comportano come se fosse già colpevole di qualcosa. Il libro è del 1925 e sembra la cronaca di una petizione di delisting all’OFAC.

Sull’intermediario l’argomento si spezza

“Cosa hai da nascondere” presuppone un individuo a cui si chiede conto della sua vita. Girala a un intermediario, cioè a chi ospita la corrispondenza di altri e per progetto non la legge, e la domanda non ha risposta possibile.

Non perché l’intermediario non voglia rispondere. Perché non può: il contenuto non lo conosce, e non conoscerlo è la funzione del servizio, non un suo difetto. Un provider di posta che non legge le mail sta facendo esattamente quello per cui esiste. Il portalettere non apre le buste, e nessuno pensa che sia un buco nel servizio postale.

Ma se il criterio di innocenza diventa “fammi vedere cosa c’è dentro”, allora ogni infrastruttura confidenziale è colpevole per costruzione. Non per quello che ci passa: per il fatto stesso di essere costruita in modo da non saperlo. Ed è esattamente per questo che la cifratura di A/I, nella scheda, si legge come una prova a carico. Il sistema è progettato per non sapere, e “non sapere” è diventato sospetto.

C’è una ragione per cui questa cosa è difficile da vedere da fuori. L’infrastruttura, per definizione, è trasparente finché funziona: la noti solo quando si rompe. Lo diceva la sociologa Susan Leigh Star, e Matteo Flora l’ha ripreso parlando proprio di questa vicenda, con l’immagine della colonna montante dell’acqua in un palazzo – non sai dove passa finché qualcuno non la chiude per fare un dispetto a un inquilino, e resta a secco tutto lo stabile. La colonna montante di A/I era invisibile a sedicimila persone fino al 26 agosto. Adesso la vedono, perché è quella che hanno provato a chiudere.

Quello che questa frase ha già costruito

“Non ho niente da nascondere” non è solo una battuta da bar. È diventata norma, e la norma ha una storia.

Le comunicazioni cifrate come prova. Le Sezioni Unite penali della Cassazione si sono pronunciate nel 2024 sull’utilizzabilità delle chat acquisite dalle piattaforme Sky ECC ed EncroChat tramite ordine europeo di indagine: decisione del 29 febbraio, motivazioni depositate il 14 giugno, sentenze nn. 23755 e 23756. Esito: utilizzabili, in sostanza. Con un pezzo consistente della dottrina che contesta la compressione del contraddittorio tecnico, perché la difesa si trova a discutere di dati che non ha potuto verificare alla fonte.

Il regolamento europeo sull’abuso sessuale sui minori, la chat control. A novembre 2025 il Consiglio ha adottato un orientamento generale lasciando cadere gli ordini di individuazione obbligatoria; il quinto trilogo è fallito a fine giugno 2026 e i negoziati riprendono questo mese; nel frattempo il regime volontario transitorio è prorogato al 2028. Tradotto: la proposta di far scansionare a un intermediario i contenuti che trasporta è ancora sul tavolo, respinta e riproposta a cicli.

Il client-side scanning. Hal Abelson e altri tredici tra i nomi più citati della crittografia applicata, Bugs in our Pockets: The Risks of Client-Side Scanning, arXiv:2110.07450, ottobre 2021. La tesi tecnica è netta: scansionare i contenuti sul dispositivo prima che vengano cifrati non è un compromesso tra sicurezza e cifratura. È la fine della cifratura end-to-end, perché reintroduce esattamente il punto di accesso che la cifratura serviva a chiudere. Il titolo del paper è già l’immagine: un microfono spia, una cimice o bug, nella tasca di ognuno.

Tre casi diversi, un solo filo: in ognuno si chiede a un intermediario di vedere quello che porta. Non è più un ragionamento da bar, è un cantiere aperto – e ogni mattone parte dal presupposto che tu, cittadino a posto, non farai obiezioni, perché non hai niente da nascondere.

La stanchezza storica

Sotto tutto questo c’è una sola cosa, ed è quella che dà il titolo all’articolo.

Uno stanco fa la stessa mossa due volte. Smette di controllare sé stesso – “non ho niente da nascondere” – e smette di controllare il potere – “lo Stato non ha niente da nascondere, quindi se tiene coperto qualcosa avrà le sue ragioni”. È lo stesso identico gesto, e lo fa per lo stesso identico motivo: controllare costa fatica, e la fatica è quella che ha smesso di spendere. Nel caso di A/I quel gesto suona così: “non è che si sono rifiutati di collaborare con qualche indagine, e per quello li hanno colpiti?”. Nella scheda non c’è niente del genere. Ma il buco nel racconto viene riempito lo stesso, con quello che ci si aspettava di trovarci. È la mossa del complottista con il segno cambiato: uno riempie il vuoto con una colpa nascosta, l’altro con una ragione nascosta, e tutti e due sostituiscono “non c’è la prova” con “la prova c’è, non ce la fanno vedere”.

Da dove viene, questa stanchezza. Uno nato nel 1950 ne ha viste passare tante. Il Vietnam, il Cile, gli anni di piombo, Craxi, la prima guerra del Golfo, Tangentopoli, la Jugoslavia, Genova, l’Iraq, il 2008, la Siria. In diretta, o quasi. E a un certo punto – lo dicono loro, non me lo invento – si stancano. “Questo film l’ho già visto.” “Cambia il nome e basta.” “Alla mia età non mi indigno più.”

Detta così sembra saggezza, il distacco di chi ha capito come gira il mondo. È il contrario. È una resa, e per giunta comoda, perché ti dispensa dal fare qualsiasi cosa. Per esempio dal riconoscere che il mondo in rovina ce l’hai mandato tu, e che dovresti smettere di pensare al tuo benessere per pensare a chi viene dopo – che nel frattempo è invecchiato pure lui, si è stancato pure lui, e sta messo molto peggio di te.

E la testa stanca è precisamente quella su cui la propaganda lavora meglio, non perché sia stupida, ma perché prendere la cornice già pronta – quella del comunicato ufficiale, quella che passa il convento – non costa niente, e costruirsene una nuova costa tutto.

“È la globalizzazione, bellezza” non è un’analisi. È il modo di non farne una, detto con il tono di chi te ne sta facendo una.

E qui c’è la cosa che mi fa incazzare davvero. Questa stanchezza non è il vezzo privato di qualche signore che risponde alle mail la sera annoiato. È diventata un clima. Una disposizione di massa. Il rumore di fondo di un pezzo intero di elettorato, e non solo del nostro.

“È la guerra, baby”

C’è una versione geopolitica della stessa scrollata di spalle, e la sento spessissimo: sei un antagonista, usi una piattaforma antagonista, e ti lamenti che l’impero che antagonizzi ti antagonizzi a sua volta? Amen. È la guerra, baby.

No. Non è la guerra. Le regole ci sono.

Esiste un trattato di mutua assistenza giudiziaria tra Italia e Stati Uniti, esiste la Convenzione di Budapest sul cybercrime, esiste la Carta delle Nazioni Unite, esiste il principio di non intervento, esistono le procedure per chiedere a un’autorità straniera i dati di un suo cittadino. Gli Stati Uniti quelle regole le hanno firmate, in gran parte le hanno anche scritte loro. “È la guerra” è la frase che si usa per giustificare il fatto di non rispettare le regole che ti sei dato.

Nella Spada nella roccia c’è il duello dei maghi tra Merlino e Maga Magò. Le regole le concordano insieme: niente minerali o vegetali, solo animali; niente animali immaginari come draghi verdi o roba simile; non scomparire; non barare (detta da Merlino, che conosce la sua avversaria, differentemente dall’Europa). Maga Magò scompare immediatamente, e al culmine della lotta, quando sta per soccombere, si trasforma in un drago viola. Quando Merlino glielo fa notare la fattucchiera non si scompone: “ho detto forse niente draghi viola?!”. E per tutto il film canta, con evidente soddisfazione, di essere la più cattiva che ci sia. Ecco: se firmi le regole di un gioco e poi le rompi appena ti conviene, “malvagio” non è un insulto. È la classificazione corretta. La stessa che si merita la fattucchiera.

Lo stesso strumento, altri bersagli: Albanese e Khan

E qui la faccenda smette di essere teorica, perché lo strumento usato contro A/I è lo stesso, identico, che nell’ultimo anno e mezzo gli Stati Uniti hanno usato contro persone che di nascosto non avevano proprio niente.

Il 6 febbraio 2025 Trump firma l’Executive Order 14203, Imposing Sanctions on the International Criminal Court. Congela i beni del procuratore capo della Corte, Karim Khan, e dà all’esecutivo il potere di designare chiunque abbia assistito indagini della Corte su cittadini statunitensi o alleati. Khan finisce in lista a febbraio, dopo aver chiesto un mandato d’arresto per Netanyahu. (Lascerà l’incarico a luglio 2025 per una vicenda disciplinare che con le sanzioni non c’entra: quelle erano arrivate mesi prima, e per il lavoro della Corte.) Poi la lista si allarga: quattro giudici a giugno, altri due giudici più i due vice procuratori ad agosto, altri due giudici a dicembre, e la presidente della Corte. Quattro allargamenti in un anno. Il divieto d’ingresso negli Stati Uniti è esteso ai familiari. Quando Khan è finito in lista la sua casella di posta istituzionale – ospitata su Microsoft 365 – ha smesso di funzionare, e la Corte penale internazionale ha dovuto migrare l’infrastruttura.

Il 9 luglio 2025, sotto lo stesso Executive Order, viene sanzionata Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati. La sua “colpa”: aver pubblicato, il 30 giugno, un rapporto che nomina oltre sessanta aziende – tra cui Google, Amazon e Microsoft – accusandole di trarre profitto dall’occupazione. Beni congelati sotto giurisdizione americana, divieto per qualsiasi US person di fare affari con lei, bando d’ingresso. Le Nazioni Unite hanno fatto notare che una relatrice speciale gode di immunità funzionale. Non è servito. C’è un dettaglio che dice tutto: quando Albanese è finita in lista non è riuscita ad aprire un conto nemmeno presso Banca Etica – la banca italiana della finanza etica, quella delle ONG e delle cooperative – perché un bonifico in dollari fa comunque scalo tecnico presso una banca corrispondente a New York, e lì la lista OFAC arriva lo stesso.

La stessa banca, dopo la designazione di A/I, ha sospeso le operazioni sul conto del collettivo e sta cercando con il Ministero una via per non chiuderlo: ha diffuso un comunicato durissimo contro “l’uso improprio” delle liste OFAC a fini politici. Ma nello stesso comunicato ha dovuto scrivere che mantenere un rapporto con un soggetto listato espone a sanzioni secondarie i suoi 130.000 clienti – le carte, i pagamenti internazionali di tutti. La banca che condanna pubblicamente la designazione non è comunque libera di ignorarla. PayPal, dal canto suo, il conto di A/I l’ha bloccato e basta.

A maggio 2026 un giudice federale, Richard Leon, sospende in via cautelare le sanzioni ad Albanese: le sue raccomandazioni alla Corte, scrive, sono “nient’altro che la sua opinione”, e colpirle viola il Primo Emendamento. Il Dipartimento di Giustizia appella, sostenendo che una straniera residente all’estero il Primo Emendamento non ce l’ha proprio. La Corte d’appello del distretto di Columbia sospende la sospensione. Nel giro di due settimane Albanese è di nuovo in lista.

Guardate la struttura, che è la stessa di A/I: un Executive Order, un inserimento nella lista OFAC, congelamento dei beni, divieto di transazione, bando d’ingresso, nessun giudice, nessun processo, nessun capo d’imputazione contestabile. Cambia solo l’Executive Order: 13224 per il terrorismo, 14203 per la Corte penale. La macchina è identica.

E i casi ad personam sono più gravi, non meno. Con A/I hanno colpito un’associazione. Qui hanno colpito un’intera corte internazionale – procuratore, vice, otto giudici, la presidente – e una funzionaria dell’ONU che stava facendo, alla luce del sole, esattamente il lavoro che il suo mandato le impone. Hanno allargato la lista quattro volte in dodici mesi. Hanno messo dentro i familiari. E quando un giudice del loro stesso paese ha detto che così si viola la Costituzione, hanno fatto ricorso e in pochi giorni hanno rimesso tutto com’era.

Albanese e Khan non avevano niente da nascondere. Tutto quello che hanno fatto è pubblico, messo agli atti, previsto da un mandato. Non li ha protetti. Li ha resi il bersaglio. La trasparenza, in quei due casi, è stata la provocazione.

Gli archetipi

Adesso l’immagine mentale, perché serve.

C’è il boomer quadratico medio: quello che inoltra le catene di sant’Antonio e crede a tutto quello che gli passa sulla bacheca. Esiste, ma è folklore, ed è il tipo che tutti sono contenti di additare, perché additarlo non costa niente e assolve tutti gli altri.

Poi c’è quello di cui parlo io: quello che ha letto, che ha viaggiato, che ha una firma con cui scrive da mezzo secolo, quello che quando dice una cosa in parecchi la prendono per buona. Ha lo stesso identico set di difetti. Non attenuato: identico. Sono tre, e si vedono bene su questa vicenda.

Boomerismo. Non l’età: uno schema che continua a girare dopo che il mondo che descriveva non c’è più. Se tutto quello che hai è un martello, tutto ti sembra un chiodo. E se l’unico arnese in cassetta è “black bloc, canali segreti, gente che cospira nell’ombra” – roba del 2001, tarata su Genova – allora anche una sanzione amministrativa americana del 2026 diventa un chiodo da piantare: è un altro animale, un altro soggetto, un altro strumento, un’altra procedura, ma tu ci vedi Genova. È il generale che prepara sempre la guerra precedente. E a inciamparci è proprio chi la materia la mastica da una vita, perché una cornice consolidata la riconosci al volo e la applichi senza pensarci: quando è quella sbagliata, ci caschi prima degli altri. Lo fa anche un processore: si chiama esecuzione speculativa. Riconosce un pattern che ricorre, scommette su come andrà a finire e comincia a lavorare sul ramo più probabile senza aspettare la conferma – che è poi quello che fa una cornice vecchia davanti a un fatto nuovo: vede un pattern, tira a indovinare il prossimo evento, e lo fa perché aspettare costa. La differenza è che il processore sa di sbagliare spesso, e allora si tiene pronto un meccanismo per annullare il lavoro fatto sul ramo sbagliato e ripartire dal punto giusto. Noi quel meccanismo non ce l’abbiamo, e dovremmo. Chiamalo pure un altro pezzo di analfabetismo funzionale.

Analfabetismo funzionale, nel senso tecnico: saper leggere le parole senza saper ricostruire il ragionamento. L’OCSE lo misura con l’indagine PIAAC; nell’ultima, i cui dati sono usciti a fine 2024, il 34,7% degli adulti italiani si ferma al livello più basso nella comprensione di un testo scritto, contro una media OCSE del 26%. Uno su tre. Chi legge “supporto materiale” e capisce “terrorismo” ha letto le parole. Il ragionamento della scheda è una catena di tre anelli: A/I al primo, le organizzazioni designate al terzo, e il secondo – quello che li dovrebbe collegare – non c’è. Sono gli gnomi delle mutande di South Park: fase uno, raccogliere le mutande; fase due, punto interrogativo; fase tre, profitto. La fase due mancante è tutto.

La cornice. Una designazione SDGT è diritto amministrativo delle sanzioni. Nel passaggio dalle carte ai titoli italiani è diventata “privacy contro sicurezza”: comoda, morale, e falsa. Ho contato una dozzina di testate con scritto “organizzazione terroristica”. A/I non è nella lista americana delle Foreign Terrorist Organization e non è in quella europea: la prima fa scattare un reato federale, la seconda è una sanzione amministrativa dell’esecutivo. Chiamare la seconda con il nome della prima è un regalo a chi ha firmato, perché la parola “terrorista” fa il lavoro che il documento, da solo, non riesce a fare.

Nessuno lo può punire, e meno male

Uno a questo punto pensa: e allora facciamo una legge contro chi scrive fesserie sui giornali.

No. Per applicare una legge del genere serve un ufficio che decida, caso per caso, cosa è vero e cosa è falso. Il giorno che quell’ufficio esiste, hai il Minculpop. Il Ministero della Verità di 1984 si chiama così apposta: il nome è già la denuncia. Il potere di dire cosa si può pubblicare è quello che ogni governo si sogna la notte, e non glielo dai, nemmeno impacchettato bene.

Quindi scrivere fesserie è lecito, tranne quando diventa altro – diffamare una persona precisa, poco più. Fuori da lì, l’unica cosa che frena è la reputazione, e te la fanno pagare i lettori, uno per uno, decidendo di chi fidarsi. Funziona a una condizione: che i lettori siano capaci di farlo. Lo spirito critico, qui, non è educazione civica. È l’unica sanzione che il sistema si può permettere.

E in Italia non funziona, perché la faccia di un giornalista si misura su quanti anni ha la sua firma, non su quanto è verificabile quello che scrive oggi. Chi ha raccontato bene le guerre per trent’anni si prende il credito quando scrive di sanzioni, di digitale, di una materia che non ha mai toccato. Il torto, alla fine, è uno solo: aver scritto senza leggere. Ed è lo stesso torto se lo fa la firma storica o lo studente al primo articolo. Il documento era pubblico. Erano poche pagine. Bastava aprirle.

Trump

Il boomer per eccellenza è nato il 14 giugno 1946. Primo anno del boom, giusto in cima alla lista. E non è un boomer qualsiasi: è quello che ha preso la stanchezza storica, l’ha fatta carattere, e poi l’ha portata alla Casa Bianca. Due volte.

Trump non analizza niente, non ne ha bisogno. Il suo intero repertorio è quella scrollata di spalle lì, gonfiata a slogan: è tutta una montatura, è una caccia alle streghe, i giornali mentono, non c’è niente da vedere. È la stessa mossa del vecchio che liquida la vicenda A/I con una battuta, solo urlata da un palco e ripetuta finché non diventa senso comune. E un pezzo di elettorato sfiancato fino a quella stessa scrollata di spalle – “sono tutti uguali”, “tanto non cambia niente”, “almeno lui le spara grosse” – ce l’ha messo. Non una volta per sbaglio: due.

I due Executive Order che ho citato in questo articolo, il 13224 e il 14203: uno l’ha firmato Bush nel 2001, l’altro lui. Oggi tira tutte e due le leve. Il vecchio della mail alza le spalle davanti all’abuso; lui l’abuso lo firma. È lo stesso gesto generazionale ai due capi opposti e i danni che sta facendo – alle istituzioni, ai patti, alla parola data – non si riassorbono in una legislatura. A naso, agli Stati Uniti servirà un quarto di secolo per rimettersi in piedi dopo il passaggio del tifone. Sempre che ci riescano.

Cosa hanno fatto con la loro parte

C’è un’accusa più pesante della stanchezza, e viene prima.

I loro genitori e i loro nonni – quelli che hanno fatto la guerra, e quelli ancora prima, che un nome nemmeno ce l’hanno – hanno lavorato per chi veniva dopo. Non solo per stare bene loro: per lasciare qualcosa. La scuola pubblica di massa, l’università che pagavi con un lavoro d’estate, la sanità per tutti, la casa popolare, le pensioni, la Costituzione, un patto sindacale che reggeva. L’hanno costruito partendo da molto meno, e sapendo che a goderselo sarebbero stati i figli.

I boomer quella roba l’hanno ereditata al culmine. Sono nati dentro il boom, sono cresciuti nel benessere più largo che l’Occidente abbia mai avuto, hanno trovato il posto fisso a vent’anni e la pensione garantita. Il loro Sessantotto l’hanno avuto, e qualcosa se lo sono preso. Poi, nel pieno delle forze – gli anni Ottanta, gli anni Novanta – si sono fermati. Il riflusso, il privato al posto del collettivo, “Milano da bere”, l’edonismo come progetto di vita. Chiamiamolo con il suo nome: egoismo, su scala di un’intera generazione.

Quello che lasciano a noi, misurato su quello che hanno ricevuto, è un mondo peggiore in quasi ogni voce. Il posto fisso non c’è più, la casa è un miraggio, la pensione la verseremo a loro che se la godono ora, e saranno gli ultimi ad averla. E intorno: le guerre che tornano, la propaganda e la disinformazione a regime, la legge del più forte rimessa al centro e spacciata per realismo, una crisi climatica nota dagli anni Settanta e ignorata per scelta, e la solitudine – tanta, come non se n’era mai vista.

Autistici/Inventati è un pezzetto di tutto questo, in scala. Un’infrastruttura comune tirata su a mani nude nel 2001 da gente che allora aveva vent’anni. Venticinque anni dopo la schiaccia un sistema che i più vecchi hanno lasciato formare, e su cui adesso, se chiedi, alzano le spalle e dicono che è la globalizzazione, bellezza.

Ecco perché la lite serve, e non è nostalgia di una guerra generazionale mai avvenuta. È che la loro parte l’hanno spesa – e altroché se l’hanno spesa – e il conto è arrivato a noi. Lo paghiamo due volte: una adesso, per tenere in piedi quello che hanno lasciato sfasciarsi, e una dopo, quando toccherà ricostruire da capo – se avremo ancora le forze, e le persone, per farlo.

Le persone, appunto. Tra chi i figli non se li può permettere e chi ha respirato l’edonismo dei suoi vecchi al punto da non volerne, di nuove generazioni si parla sempre di meno: sempre meno numerose, con sempre più peso sulla schiena. Del resto sarebbero i figli dei “ragazzi”, no? Gli eterni giovani, che pure con i capelli bianchi si raccontano ancora “ragazzi”, pensano da ragazzi, combinano cose da ragazzi. E di certo non possono governare, i bimbi.

La resa dei conti

Il cittadino stanco che dice “non ho niente da nascondere” pensa di essersi messo al riparo. Non è così. È il bersaglio più facile che ci sia, perché non farà storie. Non chiederà di vedere le carte, non scriverà a nessuno, non andrà da un avvocato. Aspetterà che passi.

E intanto si troverà la vita agganciata a una designazione decisa da un esecutivo straniero senza che un giudice abbia visto mezza prova – come Albanese, come Khan, e come le sedicimila persone che su quei server avevano soltanto una casella. La maestra che teneva la mailing list della gita. Lo sportello antiviolenza che ci aveva messo il sito perché costava zero. Il tuo amico che voleva scrivere mail senza regalare la rubrica a Google. Nessuno di loro ha fatto niente, e nessuno di loro ha uno straccio di modo per sganciarsi.

La divisione vera non è privacy contro sicurezza. È tra chi fa ancora la fatica di capire e chi è troppo stanco per farla. E quella stanchezza non è neutra: è esattamente il terreno su cui questo genere di potere cresce meglio.

Con i loro vecchi, i boomer ci hanno litigato. Con noi quel passaggio non c’è stato: il posto era già occupato, e nessuno gliel’ha conteso, perché quando siamo diventati grandi i microfoni li tenevano già tutti loro. Lo scontro tra una generazione e la successiva che i libri di storia danno per scontato, da noi millennial, semplicemente non è avvenuto.

Lo facciamo adesso, in ritardo, un pezzo per volta, dal fondo di un blog che legge poca gente, anzi nessuno. Non è granché come resa dei conti, lo comprendo. Ma è quella che ci hanno lasciato. È il nostro giardino, il posto dove loro non sanno ancora entrare, se non tramite un ordine esecutivo che ci designa come SDGT.

E no, non è la guerra. Ci sono le regole. Chi le firma e poi le rompe perché gli conviene ha un nome, ed è quello di una strega dei cartoni animati.

Fonti