Alessandro 'kLeZ' Accardo personal website

The personal website of an Italian developer. /nick kLeZ, since forever.

Tag: big-tech

Social media considered harmful. Forse... (4/5): Un social umano

In Italian

Nel 2018 Facebook provò a rendere il suo feed più sano, premiando le “interazioni sociali significative” fra amici e parenti, e tre anni dopo i suoi documenti interni hanno raccontato che aveva ottenuto il contrario, cioè un feed che dava più voce ai più arrabbiati. Chi progetta software questa storia la capisce al volo, perché nel mio mestiere c’è un modo di dire che la riassume in una riga: “quando ottimizzi per una metrica, questa perde di valore”.

Nelle puntate precedenti ho raccontato che lo sapevano, che chi ha provato a fermarli ci è riuscito poco, e che per sopravvivere oggi il lavoro tocca a chi li usa. In questa puntata provo a descrivere come sarebbe fatto un social sano, quali funzioni avrebbe e soprattutto quali non avrebbe, e perché. È l’idea di un software, pensata da chi il software lo progetta di mestiere, e come un social del genere si mantenga e chi lo controlli è un problema abbastanza grosso da occupare da solo l’ultima puntata.

Social media considered harmful. Forse... (3/5): Come sopravvivere

In Italian

Nelle prime due puntate ho raccontato che lo sapevano, e che chi ha provato a fermarli ci è riuscito poco: qualche giuria sì, le leggi quasi mai. Intanto, mentre i tribunali fanno il loro corso e i parlamenti discutono, i social restano esattamente quelli che sono, e stanno in tasca ai genitori e ai figli, stasera come ieri sera.

Questa è la puntata più pratica della serie. Ho raccolto quello che consigliano pediatri, psicologi e autorità sanitarie, e per ogni consiglio sono andato a cercare se ci fosse una prova che funziona davvero, perché di buon senso in giro ce n’è tanto e di dati molto meno. Qualcosa funziona, anche se poco, e tutto il lavoro resta a chi li usa e alle famiglie, ed è secondo me la parte più grave di tutta la faccenda.

Se l'albero cade e nessuno ascolta

In Italian

Qualche giorno fa ho visto un video su Calla Walsh, una ragazza americana di ventidue anni che in sei anni è passata dalle campagne elettorali del Partito democratico ai palchi della televisione di Stato iraniana. Il video veniva da un canale italiano che si occupa di comunicazione, e il suo autore a un certo punto si ferma per dichiarare il metodo: non è un video di geopolitica, dice, lui si occupa di comunicazione, e il suo scopo è darci gli strumenti per farci un’opinione. È un proposito che rispetto, e proprio per questo mi ha dato fastidio vederlo tradito un minuto dopo l’altro, a partire dal titolo, con le parole chiave in maiuscolo, sulla bambina prodigio che oggi festeggia gli americani morti, passando per la fonte quasi unica del racconto, un ritratto pubblicato da The Free Press che lui stesso definisce “bellissimo”, fino a un’inesattezza che chi ha preparato il video avrebbe potuto controllare in cinque minuti, scritta perfino in sovrimpressione (Walsh è nata nel 2004, non nel 2005).

Avere un’opinione è normale, e ce l’ho anch’io. Ma se ti presenti come quello che analizza la comunicazione senza schierarsi, la scelta delle parole è esattamente il punto in cui l’imparzialità si regge o crolla, e lì è crollata. Gliel’ho scritto in un commento, e scrivendolo mi sono accorto che la parte interessante di questa storia era una domanda che il video sfiorava appena alla fine, quando parlava di istituzioni che non sanno più intercettare l’ansia di un’intera generazione. Che cosa succede a una persona quando parla, parla, parla, e nessuno la ascolta?

Social media considered harmful. Forse... (2/5): Chi li ferma, o ci prova

In Italian

Il 25 marzo 2026, a Los Angeles, dodici persone comuni chiuse in una stanza hanno fatto quello che anni di audizioni al Congresso non erano riusciti a fare: hanno guardato bene Instagram e YouTube e hanno deciso, dieci voti contro due, che erano stati progettati con negligenza, che le aziende non avevano avvertito nessuno dei rischi, e che quel progetto aveva contribuito in modo determinante al danno subito da una persona che oggi ha circa vent’anni. Sei milioni di dollari, e una delle prime crepe vere in un muro che sembrava di cemento armato.

La settimana scorsa ho raccontato che lo sapevano. Questa volta voglio raccontare chi ha provato a fermarli, perché se lo merita: governi, giudici, parlamenti, autorità, e qualche persona che non si è rassegnata. Anticipo già come va a finire: davanti a una giuria, quando ci arrivano, le piattaforme perdono sempre, e davanti a una legge non perdono quasi mai.

Social media considered harmful. Forse... (1/5): Loro sapevano

In Italian

Il 1° ottobre il Pew Research Center ha pubblicato un sondaggio, fatto in 37 paesi e territori, su più di 45.000 persone. Il titolo dice che nel mondo cresce il numero di persone convinte che i social stiano facendo male alla democrazia.

Io ne sono convinto da una vita, e non solo per la democrazia. Penso che i social, per come sono costruiti oggi, siano un prodotto che crea dipendenza, venduto da aziende che lo sanno bene e che hanno fatto quello che hanno imparato da quelli venuti prima di loro, cioè i produttori di sigarette e i petrolieri: negare e prendere tempo, e intanto incassare tanti soldi a spese della gente comune. Lo dico subito così è chiaro da che parte sto. Questa è la prima di cinque puntate, una a settimana, in cui provo a dimostrarlo con i fatti, come mi piace fare solitamente. Il forse del titolo arriva alla fine, rimani con me fin lì.

Monorepo, GitFarm e il debito che non pubblicano

In Italian

Sabato mattina, caffè, InfoQ. Uber ha costruito GitFarm, un servizio che esegue le operazioni git al posto del client. Nessun clone locale: si chiama una API gRPC, dall’altra parte c’è un repository già pronto, e torna solo il risultato dell’operazione. Il motivo sta nei numeri che pubblicano loro. Clonare il monorepo Go di Uber richiede circa quindici minuti, sei core, 32 GB di memoria e più di 40 GB di disco.

Se il clone costa 40 GB e un quarto d’ora, il problema non è il clone.

Questa storia dei monorepo mi gira in testa da anni, ed è l’ennesimo articolo che pontifica sull’argomento senza mai arrivare al punto. La posizione da cui parto è sempre la stessa: il monorepo non serve a niente. Non ho mai trovato una ragione per tenere quattrocento cose in un posto solo, e ogni volta che qualcuno me ne dà una si sfalda appena la gratti.

Solo che è una posizione che non ho mai messo alla prova sul serio, e una convinzione che non provi a rompere non è una convinzione, è un pregiudizio. Quindi stamattina ho provato a romperla per bene, leggendo le fonti primarie invece dei commenti su Hacker News.

Si è rotta in un punto solo. Ed è quello che ho trovato guardando cosa restava in piedi che vale la pena raccontare.