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Aggiornamenti sulla direttiva Europea per il copyright

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Tra i commenti che ho espresso nel primo giorno e mezzo sulla questione, uno fra tutti esprime la mia perplessità e rabbia.

In Europa i parlamentari stanno sconfinando in un terreno che non conoscono, tentando di legiferare su materie e tecnologie di cui non hanno la più pallida idea del funzionamento né dell’aspetto teorico di base.

Quello che alla fine risulta, è una direttiva troppo astratta per essere usata direttamente, e una chiara tendenza all’ignoranza e all’oscurantismo tecnologico.

Preso da un impeto di rabbia verso chi, tra i nostri Europarlamentari, si è fatto beffe del suo elettorato quasi completamente contro e si è fatto beffe anche dei suoi stessi colleghi di area parlamentare (i Socialdemocratici Europei), ho deciso di intervenire su Twitter in questo modo:

Di bavagli ce n’è tanti, e di tecnologia voi che non ve ne occupate non dovreste legiferare. A ognuno il suo mestiere, che poi iniziate a parlare di IA come fosse un mastermind onnisciente. Ignoranti, altroché. La invito a dare l’esempio programmandola lei di persona, questa IA.

kLeZ

Ma non sarebbe il mio blog se non fossi qui per analizzarla, corretto?

Analisi

Comincio con la fonte diretta, come mi è stato insegnato. Questa è la pagina della procedura 2016/280 denominata “Copyright in the Digital Single Market” o comunemente detta Riforma del Copyright. La pagina contiene tutto lo storico del dibattito politico il sede di Commissione Europea e in seguito di Parlamento Europeo, per i pigri ecco il link all’ultima versione del PDF in inglese. Buona lettura.

Articolo 11

Alla data odierna della visita al PDF di riferimento1 leggo scritto questo, alla voce dell’Articolo 11 (chiaramente in versione integrale):

EN

Member States shall provide publishers of press publications established in a Member State with the rights provided for in Article 2 and Article 3(2) of Directive 2001/29/EC for the online use of their press publications by information society service providers. These rights shall not apply to private or non-commercial uses of press publications carried out by individual users.


IT

Gli Stati membri forniscono agli editori di pubblicazioni di stampa stabilite in uno Stato membro i diritti di cui all’articolo 2 e all’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2001/29/CE per l’uso online delle loro pubblicazioni di stampa da parte dei fornitori di servizi della società dell’informazione. Questi diritti non si applicano agli usi privati o non commerciali delle pubblicazioni di stampa effettuate da singoli utenti.

L’internet è salvo, sembrerebbe, no? NO!

Quello che succede qui in breve è che i provider di servizi internet, denominati servizi della società dell’informazione, come fossimo dei Massoni :expressionless:, dovranno pagare agli editori e solo agli editori, dei giornalisti si fa menzione più in là, l’uso online delle loro pubblicazioni, che di fatto significa tutto e niente: che tipo di uso? quali sono gli scopi ammessi? e quali quelli non ammessi? e se l’uso fosse offline [tipo che mi stampo l’articolo]? nulla è chiaro in questo punto.

Altro estratto poco chiaro è riportato immediatamente sotto nel documento:

EN

The rights referred to in the first subparagraph shall not apply in respect of uses of individual words or very short extracts of a press publication.


IT

I diritti di cui al primo comma non si applicano agli usi di singole parole o agli estratti brevissimi di una pubblicazione di stampa.

Ma quanto sono brevi questi brevissimi estratti? Non ci è dato saperlo. Alla buona volontà degli stati membri anche questo.

Articolo 13

L’articolo 13 ormai è famoso, è anche soprannominato “Censorship Machines” o “Upload filter”. È tendenzialmente l’articolo più controverso dell’intera Direttiva.

In buona sostanza si dichiara che le piattaforme vengano ritenute responsabili qualora rendano pubblico contenuto coperto da copyright, anche (e soprattutto) se caricato da utenti.

Non riesco a estrarre una citazione dal documento, perché in modo piuttosto arguto il testo risulta molto legalese, nebuloso e quantomeno piuttosto complesso, quindi non è di facile analisi.
Per questo motivo decido di non estrarre le parti per analizzarle come ho fatto con l’articolo 11. Mi perdonerete.

Quello che però so e posso dirvi è quello che ormai in alcuni ambienti (ancora troppo pochi) è diventato un mantra, e questo lo possiamo analizzare.

Troppo generico

Si ripete ormai come riflesso condizionato che il testo dell’articolo 17 [ex art. 13] sia troppo vago e usi (secondo me volutamente, ma ci arriviamo) parole troppo generiche e che generalizzi troppo.
L’impressione che si ha dalla seconda lettura in poi è la stessa, ve lo posso assicurare, dove nella prima lettura invece si fa fatica anche a comprendere cosa effettivamente significhi quello che si sta leggendo.

In un mondo in cui specificare è l’unico modo per poter imbrigliare tutti i “furbi” (termine che alcune volte diventa anche “furbetti” per taluni giornali estremamente buoni con persone che io chiamo semplicemente criminali equilibristi) una norma così generica stona non poco, c’è sicuramente uno scopo diverso dietro.

Deleterio per gli utenti

Immagina di essere un utente di internet che vive in Europa (facile eh?). Ora immagina che io sia un americano (o che ne so un Inglese) e che io abbia scritto un articolo piuttosto interessante, magari corredato da immagini. Questo articolo presumibilmente tu non potrai vederlo perché io ho registrato il copyright sul mio articolo e la piattaforma attraverso cui tu verresti a sapere che esiste lo filtra: in poche parole diventi vittima di censura selettiva, mentre tutti i tuoi amici che sono emigrati a Londra per fare i lavapiatti, loro si che lo leggono, e te ne parlano e tu non saprai cosa dire, perché non riesci a trovarlo (anche Google sottende a questa norma eh) e quindi a leggerlo.

Bello? Siamo solo all’inizio.

Da utente, tu puoi anche caricare dei contenuti (come il link all’articolo dell’esempio): quindi i tuoi amici, potrebbero condividere con te l’articolo su Facebook, giusto? Sbagliato!
Essendo questa una norma che viene imposta a livello comunitario, piattaforme come Facebook finirebbero per inserire all’interno dei Termini di Servizio (quelli che non legge mai nessuno, ora c’è un buon motivo per farlo) la libertà di censurare automaticamente. E lo farà, matematicamente certo.

Qui il problema è un po’ più sottile: se tu sei l’autore dell’articolo e quindi dichiari che il post non doveva essere censurato (e hai tutto il diritto di farlo), Facebook può tranquillamente ignorarti facendoti però notare che hai violato i Termini di Servizio (sei tu quello in difetto ricordi?).

Reggi ancora un po’ che non è finita.

Deleterio per i creatori di contenuti

Prendi l’esempio precedente e ruota la visuale. Ora sei tu che hai scritto l’articolo.

Se Facebook diventa direttamente perseguibile per le violazioni dei propri utenti, non si farà scrupoli a evitare multe salatissime ai suoi danni (e ci mancherebbe! non è mica una ONLUS).

Sai come lo farà? chiaramente inserendo dei filtri automatici tarati in eccesso, che saranno ben felici di avere qualche migliaio di falsi positivi in funzione però di milioni di post che violano la norma, portando a Facebook un risparmio di diversi milioni di euro dovuto a multe non prese.

Deleterio per le aziende

Sposta ancora la visuale, adesso sei Facebook. O meglio, non proprio Facebook, ma una piccola piattaforma nata da poco (4 anni sono poco per un social network, già Facebook che fu rivoluzionario impiegò una decina d’anni per affermarsi, così come Google che ne impiegò altrettanti solo per il motore di ricerca).

Immagina che te l’upload filter non puoi inserirlo, perché scriverlo da te è molto costoso (si parla di intelligenza artificiale, ci sono intere aziende che fanno solo questo di mestiere) e acquistare un prodotto già fatto lo è altrettanto.

Arrivo io, utente, bello bello, e ti carico su l’ultimo meme visto in america, che però casualmente è ripreso da una puntata de I Simpson, e chiaramente viola il copyright europeo. Te non te ne accorgi perché non hai un filtro, e la moderazione è a campione, sei piccolo ma non così piccolo, qualche centinaio di migliaia di utenti, anche qualche milione è un numero realistico.

BAM! La comunità europea ti multa per 4 milioni di euro perché Matt Groening (o la Fox) dall’altro lato dell’Atlantico ti ha denunciato per far rimuovere il contenuto (e lo fanno ogni giorno te l’assicuro).

Chiaramente la narrazione pro-normativa dichiara che ci saranno delle mitigazioni e una mediazione prima di sancire che la violazione c’è stata e multare il gestore della piattaforma.

Quello che non comprendono però è che mitigazione e mediazione sono sinonimo di costi

Quello che non comprendono però è che mitigazione e mediazione sono sinonimo di costi per un’azienda che vive di internet e dell’utenza che riesce a gestire e a raccogliere, e anche colossi come Google e Facebook senza una buona base d’utenza che visualizza le loro pagine e fornisce loro dati commerciabili sono a rischio di perdita, soprattutto per la mole di costi e investitori da liquidare che hanno.

Questa problematica però può essere arginata essendo molto restrittivi sul filtro dei contenuti (il famigerato upload filter). Motivo per cui le piattaforme (soprattutto quelle piccole) inseriranno questi componenti nei loro software proprio per scongiurare questo tipo di scenari. Oppure chiuderanno bottega, come pronosticato da gran parte della comunità scientifica che sottende al web.

Potete dire addio alla creatività sul web

kLeZ

Attiviamoci

La domanda sorge spontanea a questo punto:

Cosa posso fare io per cambiare le cose?

Per prima cosa, me lo sto chiedendo anch’io, e qui ti chiedo uno sforzo cognitivo e sociale nel ragionare insieme a me su quali possono essere le mosse “giuste” da compiere per tentare di fermare questa norma e/o arginare il problema in qualche modo.

Sono aperto a tutto, fammi sapere cosa ne pensi: hai a disposizione commenti, email, telegram, twitter e linkedin.

Sicuramente si deve protestare, dobbiamo protestare a gran voce contro una norma non solo inutile ma deleteria.
Potremmo anche chiamare i nostri europarlamentari, come suggeriscono le proncipali campagne attorno a questo argomento: #SaveYourInternet e ChangeCopyright.
Come suggerisce l’eurodeputata Pirata Julia Reda dovremmo protestare a gran voce e chiamare i nostri deputati ma, chiarisce, l’ultima parola (paradossalmente) spetta al ministro dell’agricoltura di ogni stato membro.

Vabbè, :sweat:.

Dal mio punto di vista, dovrebbero nascere dei progetti open source (anche uno solo), in seno alla FSF Europe magari, per arginare il problema, e un programma per aggirare la norma quanto più possibile.

Un’idea che mi è venuta con mia moglie è quella di iniziare a condividere questi contenuti su dei QR Code da stampare e appiccicare in giro per le metro e i sobborghi metropolitani (molto romantica come idea eh?), creando una sneakernet.

C’è un’app libera per android che potrebbe determinare la riuscita dell’operazione che si chiama QRStream, attualmente non mantenuto ma che fa il suo mestiere decentemente.

Questo è tutto, sbrighiamoci a rompere le scatole al ministro delle piante e speriamo di riuscire, questa è l’ultima occasione per fermare questa norma.

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