Oggi parlo di una cosa che mi ha fatto sputare il caffè.
Il 26 agosto il governo degli Stati Uniti ha messo un’associazione di volontari toscana nella stessa lista dove stanno i finanziatori di al-Qaida. L’associazione si chiama Autistici/Inventati, esiste dal 2001, e la sua attività criminale consiste nel dare caselle email e spazio web a gente che non vuole regalare la propria corrispondenza a Google.
Non è satira. È la SDN List del Tesoro americano, quella vera.
Cosa hanno fatto, in soldoni
Dipartimento di Stato e Tesoro, azione congiunta, 26 agosto 2026. A/I viene designata Specially Designated Global Terrorist ai sensi dell’Executive Order 13224. Nello stesso pacchetto ci sono finiti Palestine Action, già messa al bando nel Regno Unito da luglio 2025, e Masar Badil con due dirigenti.
Rubio l’ha annunciata su X con la solita solfa sugli estremisti violenti che muovono guerra alla civiltà. Bessent, per il Tesoro, ha avvisato che contro gli estremisti di sinistra e i loro fiancheggiatori userà tutto il peso degli strumenti economici. Roba da far invidia a un comunicato del Minculpop (o del Ministero della Verità), ma andiamo avanti.
Chi è il nemico della civiltà occidentale. 16.000 caselle di posta, 1500 siti, 5500 mailing list, 10.000 blog su Noblogs. Zero dipendenti. Zero fatturato. Volontari che non prendono un euro, nemmeno di rimborso spese, e un giro di donazioni che in una settimana non paga mezza parcella di uno studio legale di Washington.
Su quei server, da un quarto di secolo, ci stanno centri sociali, sindacati di base, comitati contro le grandi opere, redazioni indipendenti, e una quantità industriale di gente normale che voleva solo una mail sicura, senza pubblicità profilata.
Quello che hanno scritto loro, non io
Prima di andare avanti, leggiamoci l’iscrizione nella lista. Non il comunicato stampa, proprio la riga operativa, quella che congela i conti, e qui ti prego di sederti se non lo sei già.
Nome: AUTISTICI INVENTATI.
Sede: Strada Statale Abetone e del Brennero 253, San Giuliano Terme, provincia di Pisa.
Costituzione: 2001.
Tipo di organizzazione: “Data processing, hosting and related activities.”
Elaborazione dati e hosting. La categoria merceologica in cui sta Aruba. Quella in cui sta OVH, Hetzner, AWS (ah no, loro no, sono americani…). Quella in cui sta chiunque ti affitti mezzo giga su un server.
Nel documento che ti distrugge, il Tesoro degli Stati Uniti classifica il proprio nemico esistenziale come hosting provider. Poi esce dalla porta, va davanti ai giornalisti e lo chiama collettivo estremista con una schiera di hacker radicali.
Il soggetto giuridico, tra l’altro, è l’Associazione A/I-ODV. ODV. Organizzazione di volontariato, quelle del Terzo settore, quelle del cinque per mille. Il terrorista globale è un ente di volontariato del terzo settore con sede su una strada statale a nord di Pisa.
Ultimo dettaglio, minuscolo, e per me il più eloquente di tutti. Nel campo dell’indirizzo email la scheda riporta www.associazione@ai-odv.org.
Un indirizzo di posta con davanti il prefisso di un sito web.
Hanno copiato male da una pagina di contatti. Questo è il livello di attenzione di un atto che manda in fumo la vita digitale di 20.000 persone. Tienilo a mente, perché più avanti ti dico l’altra cosa che hanno sbagliato, e quella fa molto meno ridere.
No, non è “la lista delle organizzazioni terroristiche”
Ho letto una dozzina di titoli italiani con scritto “organizzazione terroristica”. Sbagliato, e su una cosa del genere l’imprecisione è un regalo a chi ha firmato.
La designazione FTO, Foreign Terrorist Organization, passa dalla sezione 219 dell’Immigration and Nationality Act e fa scattare il reato federale di supporto materiale. Quella SDGT è una sanzione amministrativa: ti congelano i beni sotto giurisdizione americana, vietano a chiunque sia US person di fare affari con te, ti mettono nella Specially Designated Nationals List. Violi? International Emergency Economic Powers Act, fino a vent’anni.
Lo so cosa stai pensando: e allora? Cambia qualcosa per uno che la mail ce l’ha lì e sta in Italia?
Praticamente no. Concettualmente tutto. La designazione SDGT non ha bisogno di un’imputazione, di un processo, di un giudice, o di un solo pezzo di carta contestabile davanti a qualcuno in toga. È l’esecutivo che firma e produce macerie economiche il giorno stesso.
A oggi, a carico di A/I non risulta un procedimento penale per terrorismo. Non in Italia. Nemmeno negli Stati Uniti.
Le accuse. Tutte. Senza sconti
Adesso viene la parte in cui analizziamo i fatti. Perché dei fatti, seppur insignificanti, ci sono.
Liquidare le accuse come invenzioni sarebbe comodo, e sarebbe anche il modo più veloce per farsi smontare al primo commento. Quindi te le riporto tutte, precisando che sono affermazioni unilaterali senza uno straccio di prova pubblica allegata.
Secondo il Dipartimento di Stato, le cellule anarchiche dietro i sabotaggi ferroviari in Francia, Italia, Germania e Paesi Bassi del 2026 hanno usato strumenti di A/I per rivendicare, pubblicare comunicati e diffondere manuali per ordigni incendiari. Stessa struttura per il sabotaggio dell’Oleodotto Transalpino di marzo. Stessa struttura per la rete che dal 2011 colpisce infrastrutture ferroviarie ed energetiche tedesche, incluso l’attacco alla rete elettrica di Berlino di gennaio, quello che ha lasciato 45.000 utenze senza corrente. Poi ci sono la campagna contro il centro di addestramento della polizia di Atlanta e Jane’s Revenge.
E c’è l’accusa che A/I seleziona gli utenti su base ideologica. Si, è vero, sono un’associazione dichiaratamente schierata e politica.
E quindi?
Quindi è vera, e non l’ha scoperta la CIA. Sta scritta sul loro sito da sempre. A/I non è un vettore neutrale, non lo è mai stato, e chi prova a difenderla raccontandola come un innocuo servizio tecnico sta mentendo e verrà smontato in tre righe. È un progetto politico dichiarato che fornisce infrastruttura di comunicazione.
È un caso scomodo. Ed è esattamente sui casi come questo che si vede se un principio esiste davvero o è un soprammobile da convegno sui diritti digitali.
Cosa ho controllato io
Due episodi li sono andati a verificare. Il risultato non è quello che narrano ma è in effetti certamente scomodo per A/I, e te lo scrivo lo stesso perché se comincio a scegliere i fatti che mi fanno comodo divento uguale a loro.
Il Transalpino: il documento sta dove dicono, ma non significa niente. La rivendicazione del sabotaggio del traliccio di Tolmezzo, notte del 24 marzo, pubblicata il 17 giugno con il titolo “Una proposta di guerra”, sta su lanemesi.noblogs.org. Noblogs. Cioè A/I. Non è nascosta eh, sta in chiaro, indicizzata da Google, la trovi in un puzzosecondo. Il testo racconta il taglio di due gambe del traliccio con lame per metallo. Terna aveva denunciato il danneggiamento, la stazione di pompaggio di Paluzza si è fermata, la questura di Udine indaga, il gruppo TAL smentisce e parla di rallentamento tecnico.
Attenzione però ai fatti appena verificati, perché è meno di quello che sembra.
Ho verificato che su una piattaforma di blogging c’è un post. Punto. Questo è il fatto.
Il fatto è vero e la conclusione è totalmente fuori strada. In un arzigogolo narrativo degno dei peggiori romanzi di Caracas, passiamo da “sul loro server c’è quel testo” a “loro sono un’organizzazione terroristica” ci passa non un treno (ironicamente, il Transalpino) ma un migliaio di treni, per lunghezza. E nessuno ha giustificato questa associazione di idee, nessuna prova, nessun giudice ha mai avallato un’accusa del genere (e non avrebbe potuto, no?). Se ospiti il blog di uno che scrive una cosa, non diventi complice di quell’uno. Altrimenti l’edicola sotto casa è corresponsabile di tutto quello che c’è nei giornali che vende. Fatevi due conti di chi venderebbe ancora Libero, se fosse così.
Berlino: hanno torto, e non su una virgola, su un morto che non c’è. L’incendio al ponte cavi di Lichterfelde del 3 gennaio è reale, 45.000 utenze e 2.200 attività senza corrente per quattro giorni e mezzo, il blackout più lungo a Berlino dal 1945, il procuratore federale ha assunto personalmente la guida delle indagini il 6 gennaio contestando l’associazione terroristica. Fin qui tutto torna.
Il morto no. Il morto non c’è.
Il Dipartimento di Stato scrive nero su bianco che l’attacco ha causato una vittima. Gli inquirenti tedeschi dicono un’altra cosa: una donna di 83 anni trovata senza vita durante il blackout, causa del decesso non accertata, nesso con l’interruzione di corrente non stabilito. Il secondo decesso che girava sui social riguardava una signora caduta il 27 dicembre, cioè una settimana prima dell’attacco.
Quindi ricapitolando: nello stesso documento hanno sbagliato a copiare un indirizzo email e si sono inventati un morto.
E con questa roba ti congelano i conti.
Il gioco delle tre carte
Fox News ha titolato sul collegamento tra l’antifa di Portland, i pasdaran iraniani e Hamas. Titolone. Bello grosso.
Adesso leggiamo cosa c’è scritto davvero nella scheda del Dipartimento di Stato, che è pubblica, e che evidentemente nessuno si è preso la briga di aprire e leggere. Nemmeno chi l’ha scritta, è evidente. La mano di Dio sopra la penna di chi scrive no? Come per la Bibbia.
C’è scritto che un gruppo mediatico di estrema sinistra, che si presenta come strumento di condivisione informazioni fra militanti, usa servizi di A/I per pubblicare comunicati e appelli di organizzazioni designate come terroristiche. Elenco: FAI/FRI, Armed Proletarian Justice, IRGC, Hamas, Hezbollah, ELN, New People’s Army.
Scriviamola per esteso, questa catena.
- A/I dà hosting a un sito.
- Il sito ripubblica comunicati di organizzazioni designate.
- Quelle organizzazioni sono terroristiche.
Tre passaggi. E in nessuno dei tre esiste un rapporto tra A/I e Hamas, o tra A/I e i pasdaran. La scheda non lo dice, perché per dirlo servirebbe una prova e loro la prova non ce l’hanno. Sono i giornali a chiudere il cerchio (o il triangolo), e l’amministrazione li lascia fare, compiacente e complice.
È una supercazzola prematurata con scappellamento a destra.
Se applichi quel criterio con un minimo di coerenza, chiunque fornisca connettività a un sito che ripubblica un comunicato di Hezbollah sta assistendo materialmente Hezbollah. Su X quei comunicati circolano in quantità di ordini di grandezza superiori.
Nella lista SDN, X non c’è. Chissà come mai.
Potremmo dire lo stesso dei terroristi domestici del 6 gennaio e Trump in persona che ripubblica i loro comunicati su Truth, il suo social. Nemmeno Truth c’è, sulla lista SDN. Ma nemmeno il gruppo dei Proud Boys, quelli servono a Trump.
E adesso la parte che non ti piacerà
Perché se ti sto raccontando i loro buchi, devo raccontarti anche i miei.
Tra le piattaforme ospitate da A/I c’è Abolition Media, che compare nell’ecosistema informativo di Casey Robert Goonan. Il 1 giugno 2024 Goonan ha piazzato un sacchetto con sei molotov sotto il serbatoio di un’auto della polizia universitaria a Berkeley e le ha dato fuoco. Dieci giorni dopo ha provato a incendiare il palazzo federale di Oakland tirando pietre alle finestre per infilarci dentro gli ordigni, fermato dalla sicurezza. Ha patteggiato, si è preso 235 mesi, quasi vent’anni, con l’aggravante di terrorismo.
Questo è il caso peggiore. È documentato da atti giudiziari, non da veline. E chi vuole difendere A/I fingendo che dall’altra parte ci sia solo propaganda governativa sta perdendo tempo suo e mio: la violenza politica in quell’ambiente esiste, ci sono le condanne, e alcune piattaforme che quella roba la raccontano stavano su quei server.
Detto questo. Il patteggiamento di Goonan non contiene una riga su A/I. Nessuna procura americana ha mai contestato niente al collettivo. E tra “ha ospitato il sito dove il condannato si leggeva le notizie” e “ha fornito supporto materiale al terrorismo” ci passa la differenza che c’è tra un’accusa e un’associazione di idee.
Con lo stesso metodo, che avrebbero fatto se qualcuno avesse sabotato un traliccio dopo aver letto il Manifesto, avrebbero per caso messo in lista il Manifesto?
Quello che c’è scritto nei termini di servizio di A/I
Il Dipartimento di Stato sostiene che gli strumenti di A/I sono specificamente progettati per sostenere le operazioni di reti terroristiche e diffondere istruzioni per costruire ordigni.
Bene. Andiamo a leggere i termini di servizio di A/I, che stanno pubblici sul sito da anni e che chiunque poteva aprire prima di firmare un provvedimento internazionale.
Vietato usare i servizi per qualunque scopo militare. Vietata la diffusione di informazioni o materiale didattico sull’uso di armi da fuoco e sulle tecniche di combattimento. Vietata la guerra cibernetica. Vietato lo sviluppo e la produzione di armi. Violi, ti cancellano l’utenza senza preavviso. E già che ci siamo: niente progetti commerciali, niente religiosi, niente di partito.
Puoi obiettare che una clausola contrattuale vale poco senza moderazione preventiva, ed è un’obiezione seria. Quello che non puoi fare è scrivere che uno strumento è progettato per una finalità che il fornitore vieta per iscritto, a meno di dimostrare che quel divieto è una finta.
Il Dipartimento di Stato non lo dimostra. Non ci prova nemmeno. Sospetto non abbia proprio aperto la pagina.
E qui viene il bello. C’è un dettaglio che ho trovato nell’inchiesta del Daily Caller dell’ottobre 2025, cioè in una fonte che ad A/I vuole male e quindi non è sospettabile di particolari gentilezze. Scenes from the Atlanta Forest, una delle piattaforme incriminate, a un certo punto aveva pubblicato una critica ad A/I perché il collettivo rompeva le scatole chiedendo di limitare le pubblicazioni a informazioni ottenute legalmente.
Il fornitore metteva paletti ai suoi utenti. Gli utenti si lamentavano pubblicamente. È l’esatto contrario dell’infrastruttura complice descritta dalla scheda, e sta scritto in un articolo che era stato scritto apposta per incastrarli.
Ma allora non è terrorismo
Certo che no. Perché è hosting. E l’hosting funziona in un modo diverso, che conosciamo tutti da vent’anni.
Chi trasporta o ospita roba altrui non risponde di quella roba finché non ne ha conoscenza effettiva e non si rifiuta di intervenire. In Europa te lo dice l’articolo 6 del Digital Services Act. Negli Stati Uniti te lo dicono la section 512 del DMCA e la 230 del Communications Decency Act. È il principio su cui sta in piedi mezza internet, compresi tutti i servizi americani che quella stessa amministrazione usa per twittare, o (t)ruttare.
Il diritto delle sanzioni di questi meccanismi non sa niente. Niente notice and takedown. Nessuna distinzione tra chi sa e chi non sa. Nessuna possibilità di metterti in regola togliendo un contenuto. Ha una formula sola, scritta nel 2001 pensando a chi bonificava denaro ai jihadisti, che prende chiunque fornisca beni e servizi a sostegno di un atto di terrorismo.
Un contratto di hosting, alla lettera, è una fornitura di servizi.
Il che significa, in soldoni, che il regime di responsabilità di internet si aggira cambiando strumento. Non attacchi il contenuto, sanzioni l’infrastruttura. Senza giudice, senza contraddittorio, e senza nemmeno avere giurisdizione sul bersaglio.
Il perimetro di quella definizione, se la prendi sul serio, è mostruoso. Riseup ospita la stessa identica utenza e sta negli Stati Uniti. Tor produce lo strumento di anonimato per antonomasia. Proton e Tuta vendono email cifrate a chiunque paghi. Le istanze Mastodon autogestite non moderano un fico secco. Internet Archive conserva rivendicazioni di qualunque colore.
E Cloudflare, che ha una quota di mercato di ordini di grandezza superiore, tiene su da anni infrastruttura di gruppi ben più compromessi.
Indovina chi non è nella lista.
Ma facciamo il ragionamento fino in fondo, che è più divertente.
Se il fornitore risponde di quello che pubblicano i suoi utenti, allora prendiamo i numeri che le aziende dichiarano da sole. Nel solo ultimo trimestre del 2025, Facebook, Instagram e Threads hanno inviato oltre 2,6 milioni di segnalazioni di sospetto sfruttamento sessuale di minori al centro americano competente. Nel 2025, otto aziende - Meta, Amazon, TikTok, Snapchat, Discord, xAI, Grindr e Roblox - ne hanno mandate più di diciassette milioni, l’81% del totale.
Diciassette milioni. Applica il criterio di Rubio e non ti serve nemmeno l’avvocato: Zuckerberg lo butti dietro le sbarre entro l’ora di pranzo, e a Musk gli chiudi la baracca prima di fare il (t)rutto post-cena. Materiale illegale, sui loro server, in quantità industriale, dichiarato da loro.
Solo che non funziona così, e lo sanno tutti. Quelle piattaforme hanno un obbligo di segnalazione, un obbligo di rimozione, e nessuna responsabilità per il fatto in sé di aver ospitato il contenuto. È l’unico modo in cui internet può esistere, ed è il regime che gli Stati Uniti stessi hanno scritto e difendono in ogni sede internazionale.
Per Meta vale il notice and takedown. Per un’associazione di volontari straniera, fuori giurisdizione ma sgradita al Re, vale il congelamento dei beni senza processo.
Stesso mestiere. Due pesi, due misure, e la misura stretta tocca sempre a chi non ha gli avvocati.
Perché proprio loro
Non per pericolosità. Per costo politico. È tutto qui, non c’è altro.
A/I è piccola, straniera, non ha avvocati a Washington, non ha lobbisti, non ha un consiglio di amministrazione che possa fare una telefonata a chi conta. Colpirla costa zero e produce due cose: un titolo su Fox che fa propaganda e un precedente. Il titolo dura ventiquattro ore ma rimane come eco nelle teste di chi subisce la sua propaganda. Il precedente resta, e il precedente è il vero prodotto di tutta l’operazione.
Ah, e sulla grande scoperta investigativa: i rapporti tra infrastruttura A/I e siti radicali li aveva già messi in fila il Daily Caller a ottobre 2025, dieci mesi prima. Roba che vedevi con una query WHOIS. A novembre 2025 erano già arrivate le designazioni di Antifa Ost, FAI/FRI e altri due gruppi europei. Il 16 luglio 2026 il Dipartimento di Stato ha ospitato un ministeriale sulla ricomparsa del terrorismo politico.
Non è intelligence. È un programma annunciato con dieci mesi di anticipo, e A/I era il nome più facile nella lista.
Come si strozza un server senza toccarlo
Questa parte dovrebbe interessarti anche se di A/I non te ne frega niente, perché riguarda il tuo, di server.
La lista SDN non ha nessun bisogno della collaborazione italiana per fare danni. Lo strato tecnico e finanziario di internet è quasi tutto americano, e quindi la leva ce l’hanno già in mano.
I domini autistici.org, inventati.org e noblogs.org stanno sotto .org, gestito da Public Interest Registry, ente statunitense con sede in Virginia (l’internet libera e decentrata, sì). Cosa succede quando un registro soggetto a OFAC incrocia un soggetto listato lo abbiamo visto due mesi fa: a luglio 2026 l’intero dominio t.me di Telegram è finito in serverHold perché un indirizzo t.me compariva come recapito nella scheda di un servizio VPN sanzionato. Il registro .me, americano, ha spento tutto.
E non poteva fare altro, perché EPP non consente di sospendere un singolo percorso dentro un dominio. O blocchi tutto il nome o non blocchi niente. Overblocking per costruzione, non per cattiveria: il protocollo è nato così nel 2004 e nessuno si è mai posto il problema, perché nessuno immaginava che sarebbe diventato uno strumento di politica estera.
I certificati TLS di mezza internet non commerciale li emette Let’s Encrypt, gestita da ISRG, americana. Da giugno 2026 il subscriber agreement contiene una dichiarazione esplicita: garantisci di non essere una parte soggetta a restrizioni sanzionatorie. Un soggetto in SDN list quella dichiarazione non la può firmare. Niente firma, niente certificato, niente lucchetto verde, e il browser di tua zia dice al mondo che quel sito è pericoloso.
Aggiungici i circuiti di pagamento per le donazioni, la mitigazione DDoS, e le banche europee che chiudono i rapporti con i listati molto prima che qualcuno glielo imponga.
Nessuno emette un ordine. Nessuno firma niente. Nessuno si prende una responsabilità. Semplicemente, un pezzo alla volta, il server smette di esistere. Nemmeno un cadavere: sparisce e basta.
E i danneggiati veri chi sono? Gli utenti. Quasi tutti europei, quasi tutti italiani, che si ritrovano la posta personale su un’infrastruttura a rischio spegnimento e il proprio indirizzo agganciato, in tutti i sistemi automatici di screening del pianeta, a un soggetto terroristico designato.
Nessuno di loro è accusato di niente. Nessuno di loro ha uno straccio di strumento per sganciarsi. Se hai una casella lì, complimenti, sei diventato un rischio reputazionale mentre ti facevi i fatti tuoi. Prova a spiegarlo all’algoritmo antiriciclaggio della tua banca, poi fammi sapere com’è andata.
L’Europa non ti copre un cazzo
Il regolamento 2271/96, il blocking statute, protegge gli operatori europei dall’applicazione extraterritoriale di certe misure americane.
Certe. Quelle nell’allegato, che parla di Cuba e Iran.
Le sanzioni antiterrorismo non ci sono. Nessuno scudo, nessun obbligo per un’azienda europea di ignorare la designazione, nessuna copertura per chi decidesse di fare il coraggioso.
L’Unione la sua lista terroristica ce l’ha, sta sulla posizione comune 2001/931/PESC. A/I non c’è. Quindi, ricapitolando: per il diritto italiano ed europeo l’Associazione A/I-ODV è un ente del terzo settore che opera legalmente, per il diritto americano è un’organizzazione terroristica. Le due cose convivono, e indovina quale delle due produce effetti sul territorio italiano.
E c’è di peggio, sempre scritto nella scheda. C’è la dicitura secondary sanctions risk, sezione 1(b) dell’E.O. 13224 come modificato nel 2019. Tradotto dal burocratese: il rischio non è solo per le aziende americane. Un soggetto straniero che continua a dare sostegno significativo a un’entità designata può finire designato pure lui.
Un registrar tedesco, una banca italiana, un provider olandese che restassero al fianco di A/I rischiano di finire loro stessi nella lista. Con le loro sedi, i loro dipendenti, i loro conti correnti.
Ecco perché scapperanno tutti. Non per zelo ideologico, non per vigliaccheria. Perché gli hanno mostrato cosa succede a chi resta, e nessun consiglio di amministrazione si gioca l’azienda per un principio (figuriamoci per un principio altrui).
Questa è la sovranità digitale europea misurata sul campo, invece che nei panel dove ci raccontiamo quanto siamo bravi col GDPR. Vale zero. Zero spaccato.
Nessun giudice, nessun avvocato, nessuna difesa
Chi finisce in SDN list non riceve un atto di accusa. Riceve una schedina pubblica di poche righe e un fascicolo amministrativo che può basarsi anche su materiale classificato che non gli fanno vedere. Difenditi da questo, se sei capace.
La via d’uscita è una petizione di delisting all’OFAC. Cioè un ricorso allo stesso ufficio che ti ha fregato, senza termini perentori, quindi possono metterci tre anni e sono a posto così. L’impugnazione vera passa dalle corti federali del distretto di Columbia, con uno standard di sindacato talmente deferente verso l’esecutivo che quando c’è di mezzo la sicurezza nazionale il giudice praticamente si scusa per il disturbo.
Attenzione, però: che il meccanismo sia marcio lo hanno già detto i giudici americani. In KindHearts contro Geithner (2009) una corte dell’Ohio ha riconosciuto la violazione del giusto processo per un ente non profit designato proprio con l’Executive Order 13224. In Al Haramain contro Dipartimento del Tesoro (2011) il Nono Circuito ha stabilito che il congelamento dei beni è un sequestro ai fini del quarto emendamento e che il quinto emendamento impone di dirti perché e di lasciarti rispondere. Il governo ha rinunciato a portarla in Cassazione, il che vuol dire che sapeva benissimo come sarebbe andata a finire.
Sembra una bella notizia, vero?
Non lo è. Perché entrambi i casi riguardavano enti con sede negli Stati Uniti. E nella stessa sentenza il Nono Circuito annota, quasi distrattamente, che la maggior parte dei soggetti designati non sono cittadini né entità statunitensi.
Quella frase è tutto. Le garanzie che hanno salvato una fondazione dell’Oregon non valgono per gli stranieri senza legami sostanziali con il paese. Un’associazione di volontari di San Giuliano Terme sta esattamente in quella maggioranza senza rimedi.
La difesa esiste, per carità. Costa centinaia di migliaia di dollari. La devono pagare quelli che campano con le donazioni da 20 euro.
Aruba, giugno 2004
Non è la prima volta che qualcuno prova a smontare A/I passando da un intermediario. È solo la prima volta che l’intermediario è un continente.
Il 15 giugno 2004 la polizia postale, su ordine della Procura di Bologna, si presenta alla server farm di Aruba dove sta in housing il server dell’associazione. Aruba stacca la macchina, lascia copiare i dischi, consegna le chiavi che rendono decifrabile la webmail, e raccomanda ai propri dipendenti di tenere la bocca chiusa.
Ai gestori, che chiamavano disperati per sapere perché il server non rispondeva, hanno raccontato di un guasto elettrico.
Se ne sono accorti il 21 giugno 2005. Un anno dopo. Un anno intero in cui la posta di tutti gli utenti era potenzialmente leggibile, mentre l’indagine riguardava un singolo indirizzo. Da lì è nato il Piano R*, la distribuzione dei servizi su più giurisdizioni che regge ancora oggi l’architettura del collettivo. Cioè: la loro sicurezza attuale è figlia di una fregatura presa in casa nostra, da magistrati nostri, con la complicità di un fornitore nostro.
Ventidue anni dopo la struttura dell’attacco è identica, cambia solo la taglia dell’intermediario da convincere. Nel 2004 bastava un provider italiano che non facesse domande. Nel 2026 servono il registro dei domini, l’autorità di certificazione e il sistema bancario.
Che sono tutti e tre americani. Buon appetito.
Chi decide chi è il terrorista
Prima dell’opinione vera, una domanda che nessuno si fa mai: chi è che sta compilando questa lista?
Il paese che ha appena stabilito che un’associazione di volontari toscana è una minaccia per la civiltà occidentale è lo stesso in cui, a luglio 2026, la Camera ha approvato una legge sul conflitto di interessi dei parlamentari che, come l’ha sintetizzata un deputato in aula, vieta il trading permettendo il trading. Passata 232 a 198.
Cosa dice, in concreto. Non puoi comprare nuove azioni. Quelle che hai te le tieni, e le puoi vendere, basta che avvisi con sette giorni di anticipo. Sanzione per chi viola: duemila dollari, oppure il dieci per cento della transazione se è più alto. Duemila dollari. Per gente che muove portafogli a sette cifre. E ci hanno pure attaccato dentro una norma sul voter ID, perché a Washington l’etica viaggia sempre in coppia con qualcos’altro.
La legge precedente, lo STOCK Act, è del 2012. Vieta ai parlamentari di usare informazioni riservate per arricchirsi. In quattordici anni non è mai stato processato nessuno. Non uno. Nel frattempo, tra il 2019 e il 2021, un parlamentare su tre ha fatto trading su titoli e asset finanziari, con almeno 3.700 operazioni in potenziale conflitto con le materie su cui legiferava.
Non è insider trading, è insider trading, con la carica pubblica usata come feed Bloomberg privato. E se lo fai tu ti arrestano. Ah, se tiarrestano! E buttano via la chiave della cella, perché sei un nemico del sistema!
Poi c’è l’altra faccenda. Quella di cui non si può parlare senza che qualcuno ti dia del complottista, il che di per sé dovrebbe già dirti qualcosa.
Novembre 2025: il Congresso approva quasi all’unanimità l’Epstein Files Transparency Act, che impone al Dipartimento di Giustizia di pubblicare i propri fascicoli entro trenta giorni. La legge dice espressamente che non si può omettere niente per imbarazzo, danno reputazionale o sensibilità politica di funzionari, personaggi pubblici o dignitari stranieri.
Cosa succede. Il DOJ sfora il termine. A gennaio 2026 pubblica tre milioni e mezzo di pagine, ammettendo di averne più di sei milioni: metà, quindi, resta nel cassetto. Alcuni nomi di vittime finiscono online non oscurati, mentre nomi di associati di Epstein risultano coperti. A giugno un giudice federale stabilisce che l’amministrazione ha probabilmente violato la legge e ordina di consegnare i documenti in versione integrale. Il Dipartimento risponde chiedendo altri sessanta giorni, o in alternativa che il giudice si accontenti delle loro spiegazioni.
Sessanta giorni per obbedire a una legge approvata quasi all’unanimità e firmata dal presidente in persona.
Presidente che in quei fascicoli ci sta dentro fino al collo, e non per sentito dire. Mettiamo in fila solo la roba documentale, che tanto basta.
Novembre 2025, e-mail dell’estate di Epstein consegnate alla Commissione Vigilanza: nel 2011 Epstein scrive a Ghislaine Maxwell che Trump ha passato ore a casa sua insieme a una vittima della tratta, e lo chiama il cane che non ha abbaiato. Nel 2019 scrive a Michael Wolff che Trump sapeva delle ragazze, tanto che aveva chiesto a Maxwell di smetterla. Nel 2015 Wolff e Epstein ragionano su come usare la cosa: se Trump nega di essere stato sull’aereo o in quella casa, diventa merce di scambio politica. Dicembre 2025, 30.000 documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia: una mail di un procuratore federale del gennaio 2020 rileva che Trump ha volato sul jet di Epstein almeno otto volte, più di quanto si sapesse. Su un volo del 1993 i passeggeri elencati sono due: Epstein e Trump. Su un altro c’è una terza persona, nome oscurato, che all’epoca aveva vent’anni. Su altri due ci sono due donne indicate come possibili testimoni nel procedimento Maxwell.
Adesso la parte che mi tocca scrivere anche se mi fa schifo scriverla: nessuna di queste carte contiene un’accusa formale a Trump, e Virginia Giuffre, che era la testimone più credibile che ci fosse, nel memoriale uscito dopo la sua morte racconta di averlo incontrato una volta sola a Mar-a-Lago e di non avere niente da imputargli.
Quindi non scriverò che è un pedofilo, perché quella parola in un tribunale ha un peso e queste carte quel peso non ce l’hanno. Le carte dicono una cosa diversa e comunque impresentabile: amicizia ventennale, otto voli accertati, un socio che per iscritto sostiene che lui sapesse, e un presidente che ha definito hoax dei democratici la richiesta di pubblicare i fascicoli in cui compare il suo nome, per poi firmare la legge, per poi sforare i termini, per poi trattare col giudice sui tempi di consegna.
Uno che non ha niente da nascondere si comporta così? Fattene un’idea da solo, che tanto i documenti sono pubblici. Quasi tutti.
Nel frattempo il DOJ ha buttato fuori più di tre milioni di pagine in un colpo, con oltre 2.000 video e 180.000 immagini, gran parte oscurati, e il vice procuratore generale è uscito a spiegare che no, non esiste nessuna lista segreta di nomi. Circa 250.000 documenti sono ormai pubblici, quasi tutti arrivati da cause civili, richieste FOIA e produzioni dell’estate, cioè da tutti tranne che dal ministero che per legge doveva consegnarli. E Marjorie Taylor Greene, repubblicana, si è dimessa dalla Camera a gennaio dopo essere stata presa a bastonate da Trump per aver spinto sulla pubblicazione.
Questi. Questi qui decidono chi è il terrorista globale. Questa banda di corrotti scappati di casa, arricchiti a spese della povera gente che gli ha pure dato il voto. Gli operai della Rust Belt gli hanno dato il voto a questi. Duecento persone che non possono comprare azioni ma possono venderle, un ministero della giustizia che tratta sui tempi di consegna con un giudice federale, e un’amministrazione che non ci pensa due volte a sfruttare strumenti nati per l’antiterrorismo per dichiarare nemici della nazione e del mondo libero un’associazione di volontari a San Giuliano Terme, messa in lista in trentasei ore senza contraddittorio.
Il capitalismo non è una cosa che fanno le aziende. È una cosa che fa lo Stato, quando lo Stato è la sezione esecutiva del capitale. E lo si vede benissimo da chi finisce nelle liste e da chi no.
Adesso l’opinione, quella vera
Fin qui i fatti. Da qui in giù è roba mia, e chi cercava l’equidistanza sa dove trovarla, ci sono un sacco di siti che la vendono a poco.
Metto le carte in tavola: sono antimperialista, quindi sono antiamericano. Non anti-americani, che sono gente come tutti gli altri (magari un pelo più deficienti, ma sempre esseri umani) e per giunta i primi a pagare il conto. Anti Stati Uniti d’America come progetto politico, come macchina, come impero.
E parto da qui, perché se non parti da qui questa storia non la capisci.
Gli Stati Uniti non stanno diventando una repubblica delle banane. Lo sono da decenni. La differenza è solo che prima le banane le coltivavano a casa d’altri, in senso letterale e figurato, e oggi hanno smesso di curare la messinscena anche in casa propria.
Lo so cosa stai pensando: eh, ma con i democratici era diverso.
No. Non era diverso. Era sfumato diverso.
Il balletto tra democratici e repubblicani è falso come una banconota da due dollari. Sono la giacca e i pantaloni dello stesso completo, che portano spezzato per non sembrare uguali in fotografia. Poi guardi cosa fanno quando regnano e la roba grossa non cambia di una virgola.
Guerra: chi ha bombardato sette paesi in otto anni con i droni non era Trump.
Frontiere: il numero record di deportazioni non è di questa amministrazione, è di quella che veniva prima di quella prima.
Welfare: la riforma che ha smantellato l’assistenza ai poveri è del 1996, e la firmò un democratico.
Carceri: il crime bill che ha riempito le galere di neri è del 1994, stessa firma.
Sanità: hanno avuto la maggioranza e la Casa Bianca e non sono riusciti a partorire nemmeno un’opzione pubblica, figuriamoci un sistema sanitario nazionale come ce l’ha qualunque paese europeo, anche i più scassati.
Armi: dopo ogni strage un minuto di silenzio, una preghiera, e la NRA che continua a pagare entrambi i lati del tavolo.
E le sanzioni, già che ci siamo. L’Executive Order 13224 lo ha firmato Bush nel 2001. La formula sul supporto materiale la usano tutte le amministrazioni da venticinque anni, democratiche comprese. La lista SDN se ne frega di chi vince le elezioni: sopravvive a chiunque la compili, e ogni presidente ci mette dentro i suoi nemici. A tendere saranno tutti nemici, non ci vuole un genio per capirlo.
Il che è la dimostrazione della tesi, non l’eccezione. Non c’è nessuna anomalia trumpiana da correggere con il voto giusto. C’è una macchina imperiale che funziona uguale con qualunque autista, e che ogni tanto cambia il colore della carrozzeria per farsi rivotare.
Gli elettori americani ci cascano ogni quattro anni. E pure i boccaloni europei ci cascano, o per meglio dire i portatori di interesse europei ci si fiondano (perché è molto remunerativo, e scarica la responsabilità quando dici che è colpa degli americani, e il sistema è fatto così, e signora mia non si può nemmeno più investire in qualche azione che ti danno del capitalista degenerato…), con l’aggravante che loro non ci vivono nemmeno, dentro quella roba: si sono fatti colonizzare il cervello per delega, generazione dopo generazione, dai loro stessi aguzzini culturali ed economici. Deficienti per partenogenesi in pratica.
Detto questo, dentro la macchina l’autista qualcosa la cambia, e questo autista è particolarmente sgradevole.
Trump ha un problema con il dissenso che non è ideologico, è caratteriale. Non gliene frega niente di cosa pensi, gli interessa che abbassi la testa e ti inchini al re. È il tratto che ha mostrato in ogni singolo contesto in cui ha avuto potere, e adesso ha trovato uno strumento amministrativo abbastanza elastico da colpire chiunque senza passare da un tribunale. Metti un uomo che considera la lealtà personale un criterio di governo davanti a una leva che non prevede contraddittorio, e quella leva lui la tira. L’ha tirata, diverse volte.
E poi c’è Rubio. Ah, Rubio. Forse il più sprovveduto (e venduto) patriota cubano che la memoria possa richiamare.
Rubio nel 2016 andava in televisione a spiegare agli elettori repubblicani che Trump era un truffatore. Un imbroglione. Ci ha fatto campagna elettorale sopra.
Poi è stato promosso.
Oggi firma comunicati sulla guerra alla civiltà occidentale contro un’associazione di volontari con quattro server e una PEC. Non so quale sia il momento esatto in cui un politico decide che la carriera vale più della memoria delle proprie parole, ma a casa sua quel momento è passato da un pezzo e senza troppi drammi. Cambiare idea capita a tutti, per carità. Cambiarle tutte, sempre nella stessa direzione, e guarda caso nella direzione di chi firma le nomine, ha un nome più corto e molto meno nobile.
Poi c’è chi obietta che chiamare autocratico un governo eletto è retorica da bar.
Ecco, su questa dobbiamo fare due chiacchiere, perché è l’obiezione più stupida del repertorio e continua a girare come se fosse un argomento.
Hitler e Mussolini non sono arrivati con un colpo di stato notturno mentre il popolo dormiva.
Mussolini è diventato capo del governo il 30 ottobre 1922, nominato dal re dopo il forte consenso acquisito dal movimento fascista tramite le varie manifestazioni parte della rivoluzione fascista culminate con la marcia su Roma. Poi, alle elezioni del 6 aprile 1924, il Listone ha preso 4.305.936 voti, il 60% abbondante, 355 seggi su 535. Sì, con le squadracce che bruciavano giornali e impedivano i comizi, e con un candidato socialista ammazzato in campagna elettorale. Ma quattro milioni e trecentomila schede uno per uno non gliele ha messe nell’urna Amerigo Dùmini.
Hitler è stato nominato cancelliere da Hindenburg il 30 gennaio 1933, e ci è arrivato perché il suo partito era il primo del paese: nelle elezioni libere del luglio 1932 aveva preso il 37%. Il Mein Kampf era in libreria dal 1925. C’era scritto tutto. Chi doveva sparire, come, e perché.
E qui sta il punto che mi interessa.
Nessuno dei due ha nascosto niente. Hanno detto in anticipo, per iscritto e a voce alta, cosa avrebbero fatto. Le violenze non erano un effetto collaterale imprevisto, erano il campione gratuito, il demo del prodotto. Squadre che ammazzavano gente per strada in pieno giorno, con i giornali che lo scrivevano.
Poi i voti li hanno presi comunque.
Anzi, correggo, perché è peggio: li hanno presi proprio per quello. Quello era il programma, e a un sacco di gente il programma piaceva. Ai proprietari terrieri, agli industriali, alla borghesia che aveva paura degli operai, e a un mucchio di persone comuni che volevano solo che qualcuno mettesse ordine nel loro caos.
Quindi no, “ma è stato eletto” non è una difesa. Non lo è mai stata. Il consenso non disinfetta un bel niente, e la storia del Novecento è lì apposta per ricordarcelo, per chi si degna di leggerla.
L’autocrazia non si misura su come arrivi al potere. Si misura su quali freni accetti una volta arrivato.
Un esecutivo che qualifica come terroristico un soggetto straniero senza portare mezza prova davanti a un giudice, e che con quella qualifica devasta la vita digitale di ventimila persone che non c’entrano niente, ha appena finito di dimostrare quali freni accetta.
Nessuno. Zero freni. Il pedale non c’è proprio.
Ma il pedale non l’ha tolto lui eh. Non c’era già da prima. Non c’era perché serviva per cementare ancora di più il soft – e in questo caso anche l’hard – power statunitense sul mondo, in un modo che definire da bullo del globo è fargli anche un complimento. Lui semplicemente ha dei valori diversi, o meglio, ha ben pochi valori, e molti molti molti nemici.
Cosa farà l’Italia
Niente. Ma proprio niente niente.
Il minimo sindacale sarebbe una richiesta formale della Farnesina di vedere le prove, visto che parliamo di un soggetto residente in Italia mai indagato in Italia per terrorismo. E una valutazione del Garante privacy sugli effetti che la designazione produce su migliaia di interessati europei che non c’entrano una mazza (roba che se la faceva Aruba con i dati di un cliente, il Garante gli piombava in sede entro martedì).
Non succederà, e sappiamo tutti perché. Le vittime sono impresentabili, e nessun governo italiano degli ultimi trent’anni ha mai speso mezzo grammo di capitale politico con Washington per difendere un centro sociale telematico.
Però quel silenzio segnamocelo. È la misura esatta di quanto vale la sovranità digitale quando smette di essere un tema da convegno e diventa una scocciatura diplomatica.
Fine
Facciamo un ultimo esercizio. Diamo per buone tutte le accuse. Tutte. Ogni comunicato citato è stato pubblicato davvero su un sito ospitato da A/I, i manuali c’erano, le mappe pure.
In un paese normale questo produce un processo penale contro chi ha scritto quei testi e ha compiuto quegli attacchi, con un pubblico ministero che porta le prove davanti a un giudice, e semmai un ordine di rimozione notificato al fornitore.
Quello che è successo è un’altra cosa: la cancellazione amministrativa di un fornitore di servizi dal circuito economico mondiale, decisa da un esecutivo, senza contraddittorio, senza giudice, con danni collaterali su 20.000 persone estranee ai fatti. La parola terrorismo qui non descrive niente. Serve solo a sbloccare uno strumento giuridico che non prevede difesa.
E se sei arrivato fin qui pensando che il problema sia il colore politico di A/I, guarda meglio lo strumento. Lo strumento di colori non ne ha. Aspetta il prossimo inquilino della Casa Bianca, quello con la giacca dell’altro colore, e vedi se lo smonta. Non lo smonterà. Ci metterà dentro i suoi, di nemici.
Da oggi, ospitare comunicazioni altrui senza tenere i log è un’attività che un decreto amministrativo straniero può qualificare come supporto materiale al terrorismo. E la cifratura è un elemento a carico: nella scheda del Dipartimento di Stato, chat ed email cifrate, videoconferenze sicure e strumenti di anonimato non compaiono come tecnologie.
Compaiono come prove.
Se gestisci un server di posta, un’istanza Mastodon, un hosting per gli amici, leggitela tutta quella scheda. E poi conta quante delle tue funzionalità stanno lì dentro descritte come aggravanti.
Io l’ho fatto. Sono arrivato a sette.
Fonti
- Dipartimento di Stato USA, Designation of Autistici/Inventati as a Specially Designated Global Terrorist, 26 agosto 2026
- Dipartimento di Stato USA, Imposing Sanctions on Violent Far-Left Terrorist Groups, 26 agosto 2026
- Dipartimento del Tesoro USA, Treasury Takes Action Against Violent Far-Left Terrorist Networks, 26 agosto 2026
- OFAC, azioni del 26 agosto 2026, iscrizione nella SDN List e licenza generale di wind-down
- Collettivo A/I, dichiarazione sulle sanzioni, 26 agosto 2026
- Autistici/Inventati, termini di servizio e privacy policy
- Rivendicazione del sabotaggio del Transalpino, Una proposta di guerra, 17 giugno 2026
- Gli Stati Generali, cosa sappiamo del sabotaggio dell’oleodotto, 11 aprile 2026
- t-online, precisazione della polizia berlinese sui decessi durante il blackout, 7 gennaio 2026
- Department of Justice, condanna di Casey Robert Goonan, settembre 2025
- Daily Caller, inchiesta sui rapporti tra A/I e siti radicali, 16 ottobre 2025
- Roll Call, approvazione alla Camera dello Stop Insider Trading Act, 22 luglio 2026; testo del provvedimento su Congress.gov
- Ufficio della senatrice Gillibrand, dati sul trading dei parlamentari 2019-2021, 15 gennaio 2026
- ABC News, il giudice ordina al DOJ di consegnare i file Epstein non oscurati, giugno 2026, e la risposta del Dipartimento, luglio 2026
- Meta, Integrity Report H1 2026, dati sulle segnalazioni al CyberTipline; Commissione Giustizia del Senato USA, dati aggregati 2025 sulle segnalazioni delle piattaforme
- Commissione Vigilanza della Camera, minoranza, le tre e-mail dell’estate Epstein che citano Trump, 12 novembre 2025
- PBS News, i voli di Trump sul jet di Epstein nella mail del procuratore federale, 23 dicembre 2025
- NPR, stato delle pubblicazioni e documenti disponibili, 2 gennaio 2026
- NBC News, il rilascio di oltre tre milioni di pagine da parte del DOJ, febbraio 2026
- Dati delle elezioni politiche del 6 aprile 1924 e meccanismo della legge Acerbo
- Punto Informatico, il caso Aruba del 2004 e la replica del provider, 27 giugno 2005
- Statewatch, Italy: Police obtain wholesale access to encrypted e-mails, luglio 2005
- Al Haramain Islamic Foundation, Inc. v. U.S. Department of the Treasury, 686 F.3d 965 (9th Cir. 2011)
- KindHearts for Charitable Humanitarian Development, Inc. v. Geithner, 647 F. Supp. 2d 857 (N.D. Ohio 2009)
- Regolamento (UE) 2022/2065 (Digital Services Act), art. 6; Regolamento (CE) 2271/96 e allegato; 50 U.S.C. 1705; 31 C.F.R. 501.807