Qualche giorno fa ho visto un video su Calla Walsh, una ragazza americana di ventidue anni che in sei anni è passata dalle campagne elettorali del Partito democratico ai palchi della televisione di Stato iraniana. Il video veniva da un canale italiano che si occupa di comunicazione, e il suo autore a un certo punto si ferma per dichiarare il metodo: non è un video di geopolitica, dice, lui si occupa di comunicazione, e il suo scopo è darci gli strumenti per farci un’opinione. È un proposito che rispetto, e proprio per questo mi ha dato fastidio vederlo tradito un minuto dopo l’altro, a partire dal titolo, con le parole chiave in maiuscolo, sulla bambina prodigio che oggi festeggia gli americani morti, passando per la fonte quasi unica del racconto, un ritratto pubblicato da The Free Press che lui stesso definisce “bellissimo”, fino a un’inesattezza che chi ha preparato il video avrebbe potuto controllare in cinque minuti, scritta perfino in sovrimpressione (Walsh è nata nel 2004, non nel 2005).
Avere un’opinione è normale, e ce l’ho anch’io. Ma se ti presenti come quello che analizza la comunicazione senza schierarsi, la scelta delle parole è esattamente il punto in cui l’imparzialità si regge o crolla, e lì è crollata. Gliel’ho scritto in un commento, e scrivendolo mi sono accorto che la parte interessante di questa storia era una domanda che il video sfiorava appena alla fine, quando parlava di istituzioni che non sanno più intercettare l’ansia di un’intera generazione. Che cosa succede a una persona quando parla, parla, parla, e nessuno la ascolta?
§Da Cambridge a Teheran
La storia di Calla Walsh, messa in fila con le date, è di una linearità che fa paura.
Nasce il 9 giugno 2004 a Cambridge, Massachusetts, una delle città più progressiste degli Stati Uniti. A quindici anni, nel 2019, è fra chi organizza lo sciopero per il clima di Boston. Nel 2020, fra i quindici e i sedici anni, fa la volontaria per Elizabeth Warren e poi per la rielezione del senatore Ed Markey, e diventa una delle figure più visibili della cosiddetta Markeyverse, la rete di ragazzi che sui social trascina il voto giovane verso un senatore di più di settant’anni con un entusiasmo che nessuno si aspettava. A diciassette è la delegata più giovane alla convention nazionale dei Democratic Socialists of America e scrive su Teen Vogue per chiamare a raccolta la sua generazione. I giornali la raccontano come una promessa.
Poi qualcosa si rompe. Nel 2021 Markey dichiara che per i razzi di Hamas non c’è “nessuna giustificazione”, e lei organizza una lettera di protesta e parla senza mezzi termini di tradimento. A dicembre dello stesso anno lascia i DSA e annuncia di aver chiuso con la politica elettorale. Nei due anni successivi va a Cuba con le brigate di solidarietà, e dopo il 7 ottobre 2023 passa all’azione diretta: il 30 ottobre viene arrestata durante un’irruzione negli uffici di Elbit Systems, un’azienda israeliana di armamenti, a Cambridge, e il 20 novembre sul tetto di un altro stabilimento della stessa azienda, a Merrimack, nel New Hampshire. Nell’ottobre 2024 patteggia reati minori e sconta sessanta giorni di carcere. All’uscita dice che lo rifarebbe, e lo farebbe meglio.
Nel 2025 è a Teheran, ospite di un festival della televisione di Stato, e dal palco intona “morte all’America, morte a Israele”. Da settembre vive a Beirut. Quando il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele uccidono Ali Khamenei, scrive che quelli che lei chiama funzionari israeliani e americani sono bersagli legittimi ovunque si trovino, e nei mesi successivi applaude alla morte di soldati americani. A luglio è al funerale di Khamenei. A maggio la seguivano più di settantaduemila persone su X, dove rilancia i comunicati di Hezbollah. I suoi genitori hanno scritto che, pur con qualche differenza di vedute, la rispettano e le vogliono molto bene.
Quello che scrive da quando vive a Beirut va condannato con fermezza, ma una condanna che arriva prima di aver capito è il modo più comodo per non imparare niente.
§Se un albero cade nella foresta
Esiste un vecchio indovinello filosofico che tutti conoscono: se un albero cade in una foresta e non c’è nessuno a sentirlo, fa rumore? Lo si attribuisce spesso a Berkeley, che però non ne ha mai scritto. Le prime versioni a stampa sono di fine Ottocento, su una rivista americana di divulgazione nel 1883 e su Scientific American l’anno dopo, e la forma che conosciamo viene da un manuale di fisica del 1910. Ma la risposta più netta l’aveva data due secoli prima John Locke, nel Saggio sull’intelletto umano, quando distingueva le qualità primarie dei corpi, come la forma e il movimento, dalle qualità secondarie, come i colori e i suoni, che esistono solo nell’incontro con chi le percepisce.
Togli la sensazione: fa’ che gli occhi non vedano luce né colori, che l’orecchio non oda suoni, che il palato non gusti e il naso non odori, e tutti i colori, i sapori, gli odori e i suoni, in quanto idee particolari, svaniscono e cessano, e si riducono alle loro cause, cioè grandezza, forma e movimento delle parti.
Take away the sensation of them; let not the eyes see light or colours, nor the ear hear sounds; let the palate not taste, nor the nose smell, and all colours, tastes, odours, and sounds, as they are such particular ideas, vanish and cease, and are reduced to their causes, i.e. bulk, figure, and motion of parts.
Per Locke, quindi, l’albero che cade sposta l’aria, ma il rumore senza un orecchio non c’è. Resta il movimento, la causa, e niente di più.
Dall’altra parte c’è la posizione del materialista ingenuo, quella che sembra ovvia: l’albero è una cosa fisica, l’aria vibra, il rumore c’è, che qualcuno lo senta o no. Ed è, quasi parola per parola, la posizione del potere quando qualcuno si lamenta di non essere ascoltato. Gli strumenti ci sono tutti, ti dicono: puoi votare, puoi scrivere, puoi postare, puoi firmare una petizione, puoi registrare un video e farlo vedere a milioni di persone. Non capiscono perché tu abbia questa paranoia di non essere ascoltato, visto che una voce, oggi, ce l’ha chiunque.
Io sto con Locke: la voce non è aria che vibra, è una relazione fra chi parla e chi è disposto ad ascoltare, e se il secondo manca resta un movimento d’aria nell’atmosfera, per quanto forte e per quanto ripetuto. È per questo che il paradosso apparente della nostra epoca, una generazione che ha più strumenti per parlare di qualunque altra nella storia e che si sente muta, smette di essere un paradosso appena ci si accorge che il microfono c’è e che a mancare è l’orecchio.
§Uscita, voce e lealtà
Per capire che cosa succede a chi parla senza essere ascoltato c’è un libro di un economista, uscito nel 1970, che sembra scritto apposta: Exit, Voice, and Loyalty di Albert O. Hirschman. L’idea di partenza è semplice. Quando un’organizzazione peggiora, che sia un’azienda, un partito o uno Stato, chi ne fa parte ha due modi per reagire. Può andarsene, cioè cambiare fornitore, lasciare il partito, emigrare, e Hirschman la chiama uscita. Oppure può restare e protestare, cioè scrivere, reclamare, organizzarsi, e questa è la voce. A decidere fra le due c’è la lealtà, l’attaccamento che ti tiene dentro anche quando le cose vanno male e che ti spinge a usare la voce invece di andartene.
Le due reazioni stanno in equilibrio come su un’altalena. Più è facile uscire, meno si usa la voce, perché è più comodo cambiare che combattere. E vale anche al contrario, nel senso che un’organizzazione che soffoca la voce spinge le persone verso l’uscita. Hirschman ci è tornato sopra nel 1993, con un saggio sulla fine della Germania Est, dove nel 1989 la fuga di massa verso Ovest aveva spinto in piazza chi restava, e uscita e voce avevano finito per lavorare insieme fino a far cadere il regime.
Con questi tre concetti in mano, la storia di Calla Walsh si incastra quasi alla perfezione. All’inizio c’è la lealtà, enorme, di una sedicenne che passa le giornate a fare campagna per un senatore del suo partito. Poi c’è la voce, usata dentro il partito, con le lettere, gli appelli, la pressione pubblica. Poi la voce non trova orecchio, e lei la chiama tradimento. A quel punto arriva la prima uscita, dai DSA e dalla politica elettorale. Fuori dalle istituzioni la voce si alza, diventa azione diretta, fumogeni, vernice, finestre rotte, carcere. E alla fine arriva la seconda uscita, quella definitiva, dal suo paese, e il passaggio dall’altra parte, dove qualcuno la ascolta eccome, anzi la mette su un palco.
C’è una frase, riportata dal Boston Globe, che secondo me spiega tutto meglio di qualunque teoria. Durante la campagna per Markey lo staff del suo avversario aveva accusato pubblicamente i ragazzi della Markeyverse di avvelenare il clima online, e lei l’ha vissuta così: “hanno paura di me, una ragazzina qualunque su internet che organizzava qualcosa con i suoi amici […] e questo ci ha fatto pensare: hanno paura di noi, abbiamo potere su di loro” (“They are scared of me, a random teenager on the internet […] Hey, they’re scared of us. We have power over them”). La prima volta che si è sentita ascoltata dal potere è stata quando gli faceva paura. Se la voce arriva all’orecchio di chi comanda solo quando spaventa, chi vuole essere ascoltato impara a spaventare, e questo è un problema di chi non ascolta molto prima che di chi grida.
§Pensieri, parole, azioni
Quando cercano di spiegare perché una persona abbandona la moderazione, gli psicologi della radicalizzazione partono quasi sempre da Arie Kruglanski, che ha costruito una teoria sulla ricerca di significato. Il bisogno di sentirsi importanti, di contare qualcosa, di essere rispettati è universale. Quando una persona lo perde, per un’umiliazione, per un’ingiustizia subita, per un fallimento, la spinta a recuperarlo può diventare così forte da schiacciare tutti gli altri obiettivi della vita, il lavoro, la famiglia, gli affetti, finché ne resta uno solo. Kruglanski e i suoi colleghi riassumono le condizioni in tre parole: i bisogni, le narrazioni che dividono il mondo in buoni e cattivi assoluti, e le reti di persone che quelle narrazioni le confermano e le rilanciano. Calla Walsh le ha avute tutte e tre, e nell’ordine giusto. Ma questa storia non è nuova, e non è nemmeno di questo secolo.
Nel maggio 1898 a Milano la gente scende in strada perché il pane costa troppo. Il generale Fiorenzo Bava Beccaris fa sparare sulla folla con i cannoni: ottanta morti secondo le cifre ufficiali, circa trecento secondo i testimoni. Il re Umberto I lo decora con la croce di grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia e un mese dopo lo nomina senatore. Gaetano Bresci, un operaio tessile toscano emigrato a Paterson, nel New Jersey, torna in Italia apposta, e il 29 luglio 1900 a Monza spara al re, che muore sul colpo. Al processo dice di averlo ucciso perché responsabile di tutte le vittime pallide e sanguinanti del sistema che rappresentava.
Quasi ottant’anni dopo, negli Stati Uniti, c’è Ted Kaczynski, un ragazzo prodigio entrato a Harvard a sedici anni, dove partecipa a un esperimento di psicologia fatto di confronti umilianti che si porterà dietro per tutta la vita. Diventa matematico, insegna a Berkeley, si dimette nel 1969 senza spiegazioni e si ritira in una capanna nel Montana. Dal 1978 al 1995 spedisce bombe che uccidono tre persone e ne feriscono ventitré, finché non ottiene che il Washington Post pubblichi il suo manifesto contro la società industriale, ed è proprio il manifesto a tradirlo, perché suo fratello David riconosce lo stile e lo denuncia.
Calla Walsh ha molto in comune con Kaczynski: l’intelligenza precoce, le aspettative enormi, una ferita personale, una causa che a un certo punto mangia tutto il resto. Le conclusioni però sono diverse. Lei avrebbe potuto mettere bombe e non l’ha fatto, avrebbe potuto sparare a qualcuno dei politici che odia e non l’ha fatto, avrebbe potuto diventare una terrorista in casa e ha scelto invece di andarsene e di parlare. Se il metro è il terrorista, Walsh è “moderata”, e le virgolette sono il succo del confronto.
C’è una formula antica, che conosco da un film, Bohemian Rhapsody, dove il padre di Freddie Mercury la ripete al figlio come un’eredità di famiglia. È il cuore dello zoroastrismo, la religione dell’antica Persia, e si dice in tre parole avestiche, humata, hukhta, hvarshta: buoni pensieri, buone parole, buone azioni.
Celebro le mie lodi per i buoni pensieri, le buone parole e le buone azioni, per i miei pensieri, i miei discorsi e le mie azioni.
I celebrate my praises for good thoughts, good words, and good deeds, for my thoughts, my speeches, and (my) actions.
Per me la moderazione è tutta qui, in questa scala a tre gradini, e la radicalizzazione è la discesa lungo la stessa scala. Si comincia dai pensieri, si passa alle parole, si arriva alle azioni. Bresci e Kaczynski sono arrivati in fondo. Calla Walsh si è fermata al secondo gradino, ed è un gradino gravissimo, perché chi inneggia alla morte di altri esseri umani, chiunque siano, ha già perso la cosa che ci tiene moderati nelle parole e quindi, prima o poi, nelle azioni: l’umanità. Ed è anche una bella ironia della storia che questa formula venga proprio dalla Persia, cioè dalla terra dove Walsh è andata a cercare l’ascolto che a casa le negavano, e dove un regime che si dice rivoluzionario spara sui manifestanti.
§La perdita di umanità, da entrambe le parti
Calla Walsh, quella perdita di umanità, l’ha respirata nell’aria in cui è cresciuta, e questo rende la sua storia scomoda per tutti.
La psicologia sociale ha un nome per questo meccanismo, deumanizzazione, e lo studia da decenni. Nick Haslam, in una rassegna del 2006 diventata un riferimento, distingue due modi di togliere l’umanità a qualcuno: trattarlo come un animale, privo di cultura e di autocontrollo, o come un oggetto, privo di calore e di emozioni. Albert Bandura, già nel 1999, aveva spiegato come persone del tutto normali arrivino a compiere atrocità disattivando la propria morale con una serie di passaggi, e uno dei più efficaci è proprio smettere di vedere la vittima come una persona. Nel 2015 Nour Kteily e i suoi colleghi hanno fatto una cosa semplicissima e agghiacciante: hanno mostrato a campioni di americani la classica figura dell’evoluzione, dalla scimmia curva all’uomo eretto, e hanno chiesto di collocare vari gruppi umani lungo quella scala. I musulmani sono finiti in media fra dodici e quindici punti su cento sotto gli americani, e in un sondaggio su tredici gruppi musulmani e arabi sono risultati i più bassi di tutti. E chi li metteva più in basso era anche più favorevole alla tortura e agli attacchi con i droni.
Non serve un laboratorio per vederlo. Il 25 maggio 2020, a Minneapolis, un poliziotto tiene il ginocchio sul collo di George Floyd per più di nove minuti mentre lui ripete che non respira. Il 19 luglio di quest’anno, al Pilastro di Bologna, Abderrahim Fakir muore durante un intervento della polizia, e nel video lo si sente ripetere “non respiro”; la Procura indaga per omicidio colposo, e grazie a un registro introdotto quest’anno dal governo, il modello 45 bis, chi era lì non risulta per ora indagato in senso tecnico. Da Carlo Giuliani, ucciso a Genova nel 2001 da un colpo di pistola di un carabiniere, in Italia l’elenco dei morti dopo un fermo o in custodia è lungo e conosciuto: Federico Aldrovandi a Ferrara nel 2005, per cui quattro poliziotti sono stati condannati in via definitiva nel 2012, Stefano Cucchi a Roma nel 2009, per cui due carabinieri sono stati condannati a dodici anni per omicidio preterintenzionale solo nel 2022, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, e altri ancora. Il 6 aprile 2020, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, gli agenti della polizia penitenziaria pestano per ore detenuti inermi; il processo, con centocinque imputati, è ancora in corso, e intanto alcuni degli agenti imputati sono tornati in servizio. E nella notte fra il 21 e il 22 luglio 2001, alla scuola Diaz di Genova, la polizia massacra di botte decine di persone che dormivano e ne arresta novantatré, e alla fine sono stati promossi tutti, i macellai e i mandanti, mentre la Corte europea dei diritti dell’uomo condannava l’Italia per tortura in un paese che il reato di tortura nemmeno lo aveva.
Dall’altra parte dell’oceano, la deumanizzazione è diventata politica di governo. Donald Trump chiama gli avversari “parassiti” e dice che gli immigrati “avvelenano il sangue del nostro paese”, e nel linguaggio ufficiale dell’amministrazione le persone che attraversano un confine in cerca di una vita migliore sono “illegal aliens”, alieni illegali, che suona più da film di fantascienza che da testo di legge. Nel marzo 2025 il governo ha mandato circa duecentotrentotto venezuelani nel CECOT, il megacarcere di El Salvador, invocando una legge di guerra del 1798 che non veniva usata dalla seconda guerra mondiale; per la maggior parte non risultavano precedenti penali, un giudice federale ha poi stabilito che ai centotrentasette espulsi con quella legge era stato negato il giusto processo, e Human Rights Watch ha documentato torture e maltrattamenti. E la base navale di Guantanamo, quella dei prigionieri senza processo della guerra al terrore, è stata usata anche per i migranti.
Uno di quei voli racconta tutto il resto. Maiker Espinoza Escalona entra negli Stati Uniti nel maggio 2024 con la moglie e la figlia di due anni, Maikelys, per chiedere asilo. I genitori finiscono in detenzione e la bambina viene affidata all’ufficio federale per i rifugiati. Il 29 marzo 2025 il padre viene mandato a Guantanamo, il giorno dopo al CECOT, con l’accusa, mai provata, di far parte di una gang. Il 25 aprile la madre viene deportata in Venezuela, da sola, perché il Dipartimento per la sicurezza interna ha deciso di togliere la bambina dal volo “per la sua sicurezza e il suo benessere” (“for her safety and welfare”). Maikelys è rimasta per settimane in affido negli Stati Uniti, con il padre in un carcere salvadoregno e la madre in Venezuela, finché non è stata riconsegnata alla madre a Caracas il 14 maggio, a due anni. Nessuno che consideri quella famiglia fatta di persone uguali alla propria riesce a fare una cosa del genere.
Il poliziotto che non considera umano l’uomo che ha sotto il ginocchio, l’agente che pesta un detenuto ammanettato, il governo che separa una bambina dai genitori perché vengono dal posto sbagliato e la ragazza che da Beirut festeggia la morte di quattro soldati stanno facendo, ciascuno dalla sua parte, la stessa identica cosa. Hanno smesso di vedere l’altro come un essere umano, e senza quell’umanità non c’è più niente che tenga moderati i pensieri, le parole e le azioni.
§Il problema è culturale
Dare la colpa al regime di turno e chiudere il discorso sarebbe comodo, ed è un errore che noi italiani conosciamo meglio di chiunque altro, perché è quello che abbiamo fatto nel dopoguerra.
Nel 1946 l’amnistia firmata da Togliatti, allora ministro della Giustizia, chiude in fretta i conti con il fascismo, e il paese si costruisce un racconto comodo che lo storico Filippo Focardi ha chiamato il mito del cattivo tedesco e del bravo italiano: le colpe erano dei nazisti, degli esecutori, di qualche gerarca, e gli italiani, brava gente, erano stati soltanto trascinati. Angelo Del Boca ha passato una vita a smontare quel mito, raccontando i gas in Etiopia e i campi di concentramento in Libia. Abbiamo processato poco e male chi aveva sparato e non abbiamo mai fatto i conti, come popolo, con le idee che avevano reso possibile sparare. E quelle idee, ottant’anni dopo, sono ancora qui, al governo, da quasi cinque anni.
Con gli Stati Uniti si rischia di fare lo stesso errore. Jonathan Rauch, che per anni si è rifiutato di usare quella parola, a gennaio ha scritto sull’Atlantic un lungo articolo intitolato, senza giri di parole, “Sì, è fascismo”, in cui confronta il governo Trump con i tratti storici del fascismo uno per uno, e la deumanizzazione è solo uno dei criteri che soddisfa.
Il fascismo non è un territorio dai confini ben segnati, è una costellazione di caratteristiche. Quando guardi le stelle tutte insieme, la costellazione appare con chiarezza.
Fascism is not a territory with clearly marked boundaries but a constellation of characteristics. When you view the stars together, the constellation plainly appears.
Già nell’ottobre 2024 lo aveva detto, al New York Times, una fonte che più vicina al presidente non si può: John Kelly, il suo ex capo di gabinetto, generale dei Marines, secondo cui Trump rientra “certamente nella definizione generale di fascista” (“certainly falls into the general definition of fascist”). Rauch però conclude che un presidente fascista non fa del paese un paese fascista, perché i tribunali, gli stati e la stampa restano indipendenti. Ed è qui che non lo seguo più, perché un regime non nasce nel vuoto, e Trump è stato eletto due volte da un popolo che la deumanizzazione la pratica da molto prima di lui.
Nel luglio del 1845, centottant’anni fa, il giornalista John O’Sullivan scrive che è il “destino manifesto” degli americani espandersi su tutto il continente che la Provvidenza ha loro assegnato, e chi c’era già, i nativi e i messicani, diventa un ostacolo sulla strada di un disegno divino. Nel 1882 il Congresso approva il Chinese Exclusion Act, la prima legge della storia americana che vieta l’ingresso a un intero popolo in quanto tale. Il 12 marzo 1947, nel discorso che inaugura la guerra fredda, Harry Truman dice al Congresso che il mondo è diviso in due.
In questo momento della storia del mondo quasi ogni nazione deve scegliere fra due modi di vivere alternativi. E troppo spesso non è una scelta libera.
At the present moment in world history nearly every nation must choose between alternative ways of life. The choice is too often not a free one.
Il 20 settembre 2001, nove giorni dopo le Torri gemelle, George W. Bush la mette in forma definitiva.
Ogni nazione, in ogni regione, adesso deve decidere: o siete con noi, o siete con i terroristi.
Every nation, in every region, now has a decision to make. Either you are with us, or you are with the terrorists.
E nel settembre 2025, al memoriale di Charlie Kirk, Stephen Miller, il consigliere più potente di Trump, parla così agli avversari: “voi non siete niente, voi siete la malvagità” (“You are nothing. You are wickedness”). Rauch lo usa come esempio della politica intesa come guerra fra nemici, alla maniera di Carl Schmitt, il giurista che diede una base teorica al nazismo.
Questa divisione del mondo in noi e loro non resta sulla carta, si misura. Nel 2024 tre economisti, Levi Boxell, Matthew Gentzkow e Jesse Shapiro, hanno confrontato la polarizzazione affettiva, cioè quanto gli elettori di un partito detestano quelli dell’altro, in dodici paesi dell’OCSE negli ultimi quarant’anni, e gli Stati Uniti sono il paese in cui è cresciuta di più. In un sistema dove i partiti che contano sono due, e dove quindi o sei di qua o sei di là, la politica diventa per forza una guerra fra tribù, e il bipartitismo smette di essere una scelta istituzionale e diventa lo specchio di una cultura.
Per questo penso che gli Stati Uniti, come popolo, dovrebbero perdere tutto, e questo non vuol dire augurare a qualcuno di soffrire. Auguro a quel paese una crisi culturale abbastanza profonda da costringerlo a fare i conti con quello che ha abbracciato per centottant’anni, il “con noi o contro di noi”, l’eccezionalismo, l’idea che tutto ciò che non è occidentale valga un po’ meno, quei dodici-quindici punti sulla scala dell’evoluzione. È la crisi che l’Italia non ha mai avuto il coraggio di attraversare, e ne paghiamo ancora il prezzo. Senza guardare questo piano, quello culturale, le cause ultime restano invisibili.
§Perché oggi è peggio
La generazione di Calla Walsh ha capito anche un’altra cosa, che chi sta al potere fa finta di non vedere, e cioè che di crisi la storia ne ha attraversate tante, alcune peggiori di questa, ma nessuna così veloce. Le crisi di una volta nascevano e si risolvevano lentamente, nell’arco di generazioni, e c’era il tempo di capirle, discuterle, correggere la rotta. Oggi tutto corre troppo per poter essere governato.
Chi ha letto il ciclo della Fondazione di Isaac Asimov, che per me resta il più bello dei suoi libri, conosce la psicostoria di Hari Seldon, la scienza che prevede il comportamento delle grandi masse sul lungo periodo e che permette di affrontare le crisi di Seldon, quei momenti in cui la storia si restringe fino a lasciare una sola via d’uscita. Il Piano funziona perché ha tempo, secoli, e perché i singoli individui contano poco rispetto alle masse. Poi arriva il Mulo, un mutante con un potere che nessuna equazione poteva prevedere, e il Piano salta. Il Mulo, oggi, ha un nome e un cognome. Dal 14 ottobre i terminali Starshield, la versione militare di Starlink su cui l’Ucraina conta per abbattere i droni russi, sono stati limitati senza alcun preavviso in modo da non funzionare oltre i 160 chilometri orari, cioè proprio quando servono ai droni intercettori per inseguire i droni a reazione russi, e la limitazione è durata dieci giorni. Secondo il Wall Street Journal l’ordine è partito da Elon Musk, che ha ammesso di aver limitato Starlink accusando gli ucraini di aver violato i termini d’uso, e secondo Zelensky nel frattempo sono morte persone. Un uomo solo, con una decisione presa di pancia, ha tolto per dieci giorni a un paese in guerra uno degli strumenti con cui si difende.
La sociologia ha dato a questa sensazione una forma rigorosa. Il sociologo tedesco Hartmut Rosa la chiama accelerazione sociale: la tecnica accelera, il cambiamento sociale accelera, il ritmo della vita accelera, e le tre cose si alimentano a vicenda, spinte fra l’altro dalla logica della concorrenza e della crescita. Il risultato è quella che Rosa chiama desincronizzazione: la politica democratica ha bisogno di tempo, per discutere, mediare, decidere, mentre i mercati e la tecnologia vanno a una velocità per cui ogni decisione arriva tardi. Il potere democratico resta indietro, e chi corre davanti a tutti si prende lo spazio che la politica lascia vuoto.
Davanti a questo il potere avrebbe potuto ascoltare, e ha scelto di imbavagliare. In Italia il primo atto del governo Meloni, nell’ottobre 2022, è stato il decreto contro i rave. Nel 2025 è arrivato il decreto sicurezza, che fra le altre cose trasforma in reato il blocco stradale fatto con il proprio corpo, cioè la forma più elementare di protesta pacifica, e che il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa aveva chiesto al Senato di non approvare senza modifiche sostanziali. Quest’anno ne è arrivato un altro, che ha toccato le regole dei fermi durante le manifestazioni e ha introdotto lo stesso registro 45 bis del caso Fakir. Nel febbraio 2024, a Pisa, la polizia ha caricato a manganellate un corteo di studenti, e a dire che con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento è dovuto intervenire il presidente della Repubblica. Persone ferite, a volte uccise, e sempre intimidate, a ogni manifestazione.
E il potere non è più soltanto quello dei governi. In Brasile, durante gli anni di Jair Bolsonaro, le inchieste della Polizia federale basate sulla legge di sicurezza nazionale sono aumentate del 285% rispetto ai governi precedenti, e fra gli inquisiti sono finiti anche un vignettista e un editorialista per le loro critiche al presidente, e il paese è sceso fino al centoundicesimo posto nella classifica di Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa; dopo la sua uscita è risalito fino al cinquantaduesimo posto di quest’anno, sopra gli Stati Uniti per la prima volta in venticinque anni. Bolsonaro nel settembre 2025 è stato condannato a ventisette anni e tre mesi per aver organizzato un colpo di Stato. A ottobre, nel ballottaggio fra Lula e suo figlio Flávio, il tribunale elettorale ha dovuto ordinare all’azienda di Zuckerberg di garantire ai due candidati lo stesso trattamento, dopo che la sua intelligenza artificiale aveva generato immagini elettorali di Flávio e rifiutato le stesse richieste per Lula, e due anni prima la piattaforma di Musk era stata sospesa in tutto il paese per essersi rifiutata di eseguire gli ordini dei giudici. Flávio ha perso, il giudice Alexandre de Moraes gli ha ordinato di consegnare i passaporti, e lui è scappato a Miami con moglie e figlie, dove il Dipartimento di Stato americano si è affrettato a far sapere che gli rilascerà i visti. Gli Stati Uniti di oggi accolgono a braccia aperte il figlio di un golpista condannato e mandano in un carcere straniero che chiedeva asilo.
§Berkeley aveva ragione, in un modo che non immaginava
Il paradosso dell’albero è attribuito a Berkeley, che non lo ha mai scritto, ma una risposta l’avrebbe avuta, e oggi suona profetica. Per lui le cose esistono solo in quanto percepite, esse est percipi, e allora come fa a continuare a esistere un albero che nessuno guarda? Esiste perché c’è sempre qualcuno che lo percepisce: Dio, che vede tutto.
Il potere di oggi è un po’ come quel dio. Qualcuno che percepisce tutto c’è davvero, ed è chi raccoglie i dati. Ogni post, ogni like, ogni ricerca, ogni secondo passato a guardare un video viene registrato, misurato, conservato, venduto. La tua voce viene sentita, eccome, da una macchina che però ti ascolta per profilarti e venderti qualcosa, e che non ha nessuna intenzione di risponderti né di cambiare niente. Il paradosso della voce senza ascolto ha quindi una soluzione semplice e orribile, perché la voce viene registrata, con nessuno pronto che la ascolta. Dei social, e di come sono costruiti per registrarti in questo modo, ho già parlato qui e qui.
§Un monito
Chi grida deve sapere che la violenza, oltre che sbagliata, non funziona. Erica Chenoweth e Maria Stephan hanno studiato 323 campagne di resistenza fra il 1900 e il 2006, e quelle nonviolente hanno raggiunto i loro obiettivi nel 53% dei casi, quelle violente nel 26%, cioè la metà delle volte. Calla Walsh, inneggiando alla morte, non avvicina di un millimetro la fine dell’impero che ha imparato a odiare, e regala a quell’impero l’argomento perfetto per non ascoltare nessuno di quelli che la pensano, completamente o in parte, come lei.
Il monito, però, è soprattutto per chi non ascolta. Calla Walsh aveva gli strumenti, la famiglia, l’istruzione, la rete, i soldi per prendere un aereo e andarsene a gridare dall’altra parte del mondo. La maggior parte dei ragazzi che si sentono come lei non li ha. Resta a casa, con la stessa rabbia e nessun posto dove portarla, e qualcuno di loro, prima o poi, smetterà di fermarsi alle parole. Bresci e Kaczynski sono quello che succede quando un potere sordo incontra qualcuno che ha deciso di farsi sentire a ogni costo. È successo nel 1900, è successo nel 1978, e succederà ancora, anche qui, anche in casa nostra, se chi comanda continuerà a rispondere alle domande con i manganelli, le leggi speciali e le promozioni ai macellai del popolo.
E chi comanda, oggi, non siede più soltanto nei parlamenti. Siede nei consigli di amministrazione di aziende che in borsa capitalizzano più del prodotto interno lordo di interi paesi, guidate da uomini che decidono da soli se un esercito può difendersi, quale candidato merita un’immagine generata, quale voce va amplificata e quale va lasciata cadere nel vuoto, e che rispondono soltanto ai loro azionisti. È un capitalismo che ha smesso da tempo di fingere di servire le persone e si è tolto la maschera e si è preso tutto lo spazio che la politica, lenta e vigliacca, gli ha lasciato, trasformando il dissenso in dati da vendere e la rabbia in tempo di permanenza sulle piattaforme. Governi complici e compiacenti, oligarchi che si comprano la politica e la piegano alle loro decisioni di pancia, polizie che deumanizzano e vengono premiate: è questa gentaglia che ha insegnato a una generazione che per essere ascoltati bisogna fare paura, e se un giorno quella lezione verrà imparata fino in fondo, non avranno nessun diritto di stupirsi.
Una generazione che non può uscire dal proprio futuro, perché dal pianeta non si esce, e che usa la voce senza che nessuno la ascolti, ha davanti soltanto due strade: rassegnarsi o alzare il tono. Sta a chi ha il potere decidere quale, ascoltando adesso. Buoni pensieri, buone parole, buone azioni: la formula vale anche per loro, e sono loro i primi ad averla dimenticata.
§Fonti
- Il video da cui è nato questo articolo: YouTube, 29 ottobre 2026
- Boston Globe Magazine, “Calla Walsh was a rising political star. She’s a mouthpiece for Iran now.”, 5 maggio 2026
- Wikipedia, Calla Walsh
- The Free Press, Jay Solomon, “The Radicalization of Calla Walsh”, marzo 2026
- Wikipedia, If a tree falls in a forest
- John Locke, An Essay Concerning Human Understanding, 1690, Project Gutenberg
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