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Social media considered harmful. Forse... (4/5): Un social umano

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Nel 2018 Facebook provò a rendere il suo feed più sano, premiando le “interazioni sociali significative” fra amici e parenti, e tre anni dopo i suoi documenti interni hanno raccontato che aveva ottenuto il contrario, cioè un feed che dava più voce ai più arrabbiati. Chi progetta software questa storia la capisce al volo, perché nel mio mestiere c’è un modo di dire che la riassume in una riga: “quando ottimizzi per una metrica, questa perde di valore”.

Nelle puntate precedenti ho raccontato che lo sapevano, che chi ha provato a fermarli ci è riuscito poco, e che per sopravvivere oggi il lavoro tocca a chi li usa. In questa puntata provo a descrivere come sarebbe fatto un social sano, quali funzioni avrebbe e soprattutto quali non avrebbe, e perché. È l’idea di un software, pensata da chi il software lo progetta di mestiere, e come un social del genere si mantenga e chi lo controlli è un problema abbastanza grosso da occupare da solo l’ultima puntata.

§Una metrica sana, spinta al massimo

Il cambiamento del 2018 nasceva da un problema concreto, perché gli utenti interagivano sempre meno. Per invertire la tendenza Facebook cambiò il modo di ordinare i post e introdusse un sistema a punti, in cui un like valeva un punto, una reazione o una condivisione senza commento ne valevano cinque, e un commento sostanzioso o una condivisione con qualcosa di scritto sopra ne valevano trenta. Sulla carta era un obiettivo nobile, e chi l’aveva scelto probabilmente ci credeva.

I documenti pubblicati dal Wall Street Journal nel 2021 raccontano com’è andata. I ricercatori dell’azienda avevano concluso che il peso dato alle condivisioni aveva reso più forti le voci più arrabbiate, e che disinformazione, contenuti tossici e violenti erano presenti fra le condivisioni in misura sproporzionata (“Misinformation, toxicity, and violent content are inordinately prevalent among reshares”). Quando i tecnici proposero delle correzioni, Zuckerberg ne frenò alcune, perché temeva che avrebbero ridotto l’engagement.

Gli economisti questo fenomeno lo conoscono da cinquant’anni con il nome di legge di Goodhart. Charles Goodhart, economista britannico, nel 1975 osservò che gli indicatori usati per governare la politica monetaria smettevano di comportarsi come prima appena le autorità cominciavano a usarli come obiettivi. La formulazione che si cita più spesso, però, è di un’antropologa, Marilyn Strathern, che nel 1997 la usò per raccontare che cosa stava succedendo alle università britanniche sottoposte a valutazioni a punteggio:

Quando una metrica diventa un obiettivo, smette di essere una buona metrica.

When a measure becomes a target, it ceases to be a good measure.

Il feed di Facebook ne è un esempio da manuale, perché le interazioni significative, appena sono diventate il numero da far salire, hanno smesso di essere significative e hanno cominciato a fare danni per conto loro.

§Engagement sì, massimizzazione no

Chi frequenta il Fediverso, la rete di social federati di cui Mastodon è il più conosciuto, guarda con sospetto la parola engagement, e ha le sue ragioni. Eppure le persone i social li usano proprio per quello che quella parola descrive, cioè per staccare la testa dopo una giornata faticosa in città che non sono costruite per chi ci vive, per ridere e informarsi, per discutere, per restare in contatto con chi sta lontano e per conoscere qualcuno che altrimenti non avrebbero mai incontrato. Sono bisogni sani, e un social che li ignora resta vuoto. Il danno comincia quando qualcuno guadagna da ogni minuto in più e progetta l’applicazione per strapparne il più possibile, e il caso di Facebook dimostra che per fare danni basta massimizzare, qualunque sia la cosa che si massimizza.

Da qui vengono le due regole su cui ho costruito tutto il resto. La prima riguarda il software, che dovrebbe rendere impossibile sfruttare i meccanismi dell’engagement, in modo che possano restare senza fare danni, perché toglierli del tutto vorrebbe dire costruire un social che nessuno usa. La seconda, che per me conta quanto la prima e vale per ogni scelta di questa puntata e della prossima, chiede che ogni divieto arrivi insieme a un’alternativa lecita e seria, capace di raggiungere lo stesso scopo sano. Vietare senza offrire niente in cambio è la scorciatoia dei populisti, e scarica il problema su chi deve comunque portare a casa la pagnotta. Guadagnare va benissimo; quello che un progetto del genere dovrebbe impedire è arricchirsi facendo del male agli altri, nel corpo, nella testa o negli affetti.

§Come lo immagino

Il Fediverso è la direzione giusta, anche se oggi non è pronto per chi non ha voglia di studiarlo. L’idea di fondo è la stessa della posta elettronica, dove nessuno possiede la rete e ci sono tanti server indipendenti, che qui si chiamano istanze, ognuno con la sua comunità e le sue regole, mentre un protocollo aperto, ActivityPub, standard del W3C dal 2018, permette a chi sta su un’istanza di seguire e leggere chi sta su un’altra. Programmi diversi, come Mastodon per i testi brevi, Pixelfed per le foto e PeerTube per i video, parlano già la stessa lingua, e da qui viene una scelta a cui tengo molto, quella di non fare recinti per genere, perché le foto di un’illustratrice, il video di un batterista e il comunicato della pro loco dovrebbero poter girare nella stessa rete, ciascuno con lo strumento più adatto a mostrarlo.

Nel social che ho in mente il software sarebbe libero, con una licenza che obbliga chi lo modifica a rendere disponibile il codice delle modifiche a chiunque lo usi in rete, e a scriverlo e mantenerlo sarebbe una fondazione europea senza scopo di lucro. Le istanze potrebbe aprirle chiunque, un comune come un’università, un’associazione, una cooperativa o un’azienda. Alcune sarebbero certificate, cioè rispetterebbero un insieme di regole verificate da un ente separato dalla fondazione, e solo quelle certificate potrebbero ospitare ragazzi e comparire per prime a chi si iscrive. Chi certifica, chi paga il certificatore e chi impedisce che diventi a sua volta un padrone sono le domande più difficili di tutto il progetto, e infatti avranno la loro puntata dedicata.

La prima non-scelta riguarda chi possiede la rete. In un social centralizzato l’effetto rete, cioè il fatto che un social vale tanto di più quante più persone ci sono, coincide con la dimensione dell’azienda che lo possiede, e quell’azienda ha ogni interesse a crescere e a trattenere. In una rete federata il valore sta nella rete stessa, e nessuna istanza avrebbe bisogno di diventare enorme perché i suoi iscritti possano parlare con tutti gli altri. Per la stessa ragione, rovesciata, non ci sarebbe nemmeno un social di Stato, perché chi governa la rete, a mio parere, non dovrebbe avere né un bilancio da far crescere né un potere da difendere.

Se dovessi dargli un nome, lo chiamerei Puhru. In accadico, la lingua di Babilonia e di Assur, puḫru era l’assemblea, sia quella degli dèi, che decideva i destini, sia quella degli uomini, che giudicava le liti e davanti alla quale, secondo il Codice di Hammurabi, veniva frustato chi aveva colpito in faccia un superiore. La casa dove l’assemblea si riuniva si chiamava bīt puḫri, e mi piace che fra le due parole stiano le due cose che un’istanza è davvero, una comunità di persone e il posto dove si ritrova.

§Come si entra

Nel 2023 Mastodon ha provato a risolvere il suo problema più noto, cioè che chi arriva non sa quale istanza scegliere, nel modo più semplice possibile, facendo proporre all’app per prima la sua istanza, mastodon.social. Come soluzione all’iscrizione ha funzionato, e ha scontentato chi ci ha visto rientrare dalla finestra proprio il centro che la federazione aveva cacciato dalla porta. Avevano ragione entrambi, perché un punto d’ingresso serve (nessuno ha voglia di studiare un elenco di server prima di poter salutare un amico), ma secondo me dovrebbe funzionare come Roma Termini, dove arrivano decine di treni di compagnie diverse e la stazione non appartiene a nessuno di loro.

Nel mio progetto la stazione sarebbe l’app, insieme a un protocollo. Ogni istanza annuncerebbe la propria esistenza alle altre, e ognuna terrebbe l’elenco aggiornato di tutte, senza un registro centrale che qualcuno possa spegnere o comprare. Alla prima apertura l’app contatterebbe alcune istanze scelte a caso, scaricherebbe l’elenco e lo presenterebbe con quello che serve per scegliere, cioè la lingua, gli argomenti principali, se è gratuita o a pagamento, se ha pubblicità e quanta. Le istanze certificate porterebbero un marchio firmato dal certificatore, che l’app saprebbe verificare da sola, che nessuno potrebbe falsificare e che scadrebbe presto se non venisse rinnovato, così un’istanza che perde la certificazione la perderebbe davvero, senza bisogno di avvisare nessuno. Tecnicamente non ci sarebbe niente di nuovo, perché è lo stesso principio dei certificati che proteggono le connessioni ai siti web. Chi si iscrive indicherebbe pochi criteri, e l’app mostrerebbe in ordine casuale le istanze che li rispettano. La dimensione non conterebbe mai, e un’istanza enorme e una piccola che rispondono agli stessi criteri avrebbero la stessa probabilità di comparire in cima, perché altrimenti la più grande, scelta proprio in quanto più grande, finirebbe per diventare l’unico treno della stazione.

Conta però anche il modo in cui si arriva, forse più del software. In un social si entra perché ci sono le persone che si conoscono, e per questo credo che l’ingresso più naturale sia per comunità, come un comune che apre un’istanza per i suoi cittadini, una scuola, un’università, una redazione, un’associazione o la pro loco del paese, cioè gruppi interi che hanno già un motivo per stare insieme. Al momento dell’iscrizione si dovrebbero poi poter ritrovare i propri contatti, dalla rubrica del telefono o dall’archivio esportato dal vecchio social, senza che la rubrica finisca sui server di qualcuno.

Il ponte con le grandi piattaforme, invece, non lo metterei. Sarebbe comodo e porterebbe utenti, ma porterebbe dentro anche i contenuti ordinati dai loro algoritmi, e terrebbe le persone legate proprio al posto da cui stanno cercando di andarsene.

§Il feed lo sceglie chi legge

Il feed è il punto in cui la macchinetta della prima puntata gira più veloce, ed è la funzione che va smontata pezzo per pezzo, perché pilota l’engagement.

Chi usa il social dovrebbe poter scegliere come ordinare quello che legge fra gli algoritmi che fanno parte del software ufficiale, e un’istanza non potrebbe aggiungerne uno suo, perché un algoritmo nuovo dovrebbe prima entrare nel software ufficiale, dove chiunque può leggerne il codice e discuterlo, pena la perdita della certificazione. Bluesky lascia scegliere ai suoi utenti, dal 2023, fra feed costruiti da chiunque, e lo chiama scelta algoritmica. È un passo nella direzione giusta, però un algoritmo che nessuno controlla prima resta libero di massimizzare quello che vuole.

Più della lista conta l’algoritmo predefinito, perché la grandissima parte delle persone le impostazioni non le tocca mai. Se a sceglierlo fosse l’istanza, sceglierebbe quello che trattiene di più, per la stessa ragione per cui l’ha fatto Facebook. Per questo il predefinito dovrebbe fissarlo il software, senza che l’istanza lo possa cambiare, e dovrebbe ordinare i post sulla base di segnali espliciti, cioè di chi si è deciso di seguire e di quello che si è segnato come interessante, e mai sulla base di quanto ci si è fermati a guardare un video o di quante volte si è tornati su un profilo. La differenza sembra sottile, ma un segnale esplicito è una scelta, mentre uno implicito è un riflesso, ed è proprio dei riflessi che la macchinetta si nutre.

Il caso più vicino che qualcuno abbia misurato è il feed cronologico, provato su Facebook e Instagram nell’esperimento pubblicato su Science nel 2023 di cui ho parlato nella puntata scorsa, e chi ci era stato spostato passava sulle piattaforme molto meno tempo. Un ordinamento sui segnali espliciti non sarebbe identico a quello cronologico, ma ne condividerebbe il punto essenziale, cioè che a decidere che cosa si vede è quello che si è scelto.

§Trovare persone e cose

Un social che mostra solo quello che si è scelto rischia di diventare una stanza chiusa, e chi lo usa dovrebbe poter scoprire persone e cose nuove. La scoperta passerebbe per tre strade, cioè gli interessi dichiarati, la vicinanza nella rete (le persone seguite da chi si segue) e le selezioni fatte da curatori in carne e ossa, che potrebbero essere riviste, redazioni o semplici appassionati. Mancherebbero i trend, le classifiche di quello che è più popolare in quel momento, perché una classifica globale è il bersaglio perfetto per chi vuole manipolarla, e per come è costruita premia chi grida più forte.

La viralità invece resterebbe, perché è uno dei meccanismi più umani che ci siano, quello per cui qualcosa piace, la gente lo condivide, e si smette quando smette di piacere. Quello che toglierei è l’amplificazione, cioè il sistema che spinge un contenuto davanti a degli sconosciuti perché sta raccogliendo reazioni. Condividere resterebbe un gesto libero e senza limiti, e ogni condivisione arriverebbe ai propri follower, cioè a chi segue il feed di chi l’ha fatta, un passaggio alla volta, ciascuno frutto di una scelta umana. Il feed potrebbe tener conto di quello che circola fra le persone vicine nella propria rete, mai di una classifica globale. Sulle catene molto lunghe metterei un po’ di attrito, perché è proprio fra le condivisioni, come avevano scoperto i ricercatori di Facebook, che si concentra la disinformazione, e l’attrito fermerebbe anche le catene di Sant’Antonio, che spesso la trasportano.

Resta il punto debole di una rete costruita così, cioè la scoperta lontana. Una rete costruita sulla vicinanza fa trovare bene quello che è vicino, mentre uno degli scopi più belli di un social è mettere in contatto persone che altrimenti non si sarebbero mai incontrate, e già nel 1973 il sociologo Mark Granovetter mostrava che le informazioni e le occasioni nuove arrivano più spesso dai legami deboli, i conoscenti, che dagli amici stretti. Per questo immagino un elenco dei curatori, costruito come quello delle istanze, in cui ognuno dichiara argomenti e lingua e l’app li propone secondo i criteri di chi cerca, in ordine casuale e senza che la dimensione conti, così anche il curatore piccolo e lontano avrebbe la sua occasione. Si potrebbero seguire argomenti oltre che persone, e un argomento è globale per natura. E due istanze di comunità potrebbero gemellarsi, un’idea presa di peso dal mondo delle associazioni, e scegliere di vedere ciascuna le selezioni dell’altra, come la banda musicale di un paese dell’Appennino con quella di un villaggio della Baviera, o due gruppi di utenti Linux in due continenti diversi.

§Quello che non ci sarebbe

Alcune cose, in questo social, semplicemente non ci sarebbero, e secondo me pesano quanto quelle che ci sono.

Non ci sarebbero le notifiche che servono a riportare dentro chi si è allontanato, quelle che ricordano da quanti giorni non si entra, o che annunciano che a qualcuno è piaciuto un post di qualcun altro. E non si tratterebbe di un’opzione spenta che un’istanza potrebbe riaccendere, perché nel software il codice per mandarle non ci sarebbe proprio. Le notifiche che arrivano dalle persone arriverebbero raggruppate, come nello studio del 2019 di cui ho parlato nella puntata scorsa, salvo i messaggi diretti e le menzioni di chi si segue, che potrebbero restare immediati. E di notte ci sarebbe silenzio, per tutti, a meno di cambiarlo a mano.

Non ci sarebbero nemmeno i contatori pubblici. Il numero di like sotto un post e il numero di follower sotto un nome li vedrebbe solo chi li possiede, e le aziende che pagano per la visibilità riceverebbero i loro in privato. Nella prima puntata ho raccontato di Project Daisy, i like nascosti che Meta ha lanciato pur sapendo dai suoi ricercatori che non miglioravano il benessere dei ragazzi, e potrebbe sembrare lo stesso errore. Qui però il benessere c’entra poco. Senza un punteggio pubblico non c’è una classifica da scalare, e nessuno avrebbe un numero da esibire o da far crescere davanti agli altri, che era esattamente il guaio di Facebook nel 2018.

§La pubblicità, e la vetrina

La pubblicità ci sarebbe, perché le istanze qualcuno le deve pagare, e perché per un’attività che vuole farsi conoscere è un servizio utile. Però non sarebbe mai profilata. Il Digital Services Act oggi vieta la pubblicità basata sui dati più sensibili e quella profilata rivolta ai minori, e qui il divieto varrebbe per tutti e per qualunque dato. Sarebbe sempre dichiarata come tale, e avrebbe un tetto fissato per ogni utente e per ogni giorno, superato il quale il resto della giornata resterebbe libero da annunci, qualunque cosa succeda. Da questa scelta dipende quasi tutto il resto, perché con un tetto per utente il tempo passato sul social, oltre una certa soglia, smetterebbe di valere soldi, e cadrebbe il motivo stesso per trattenere qualcuno. La televisione ci è arrivata da tempo, e la direttiva europea sui servizi audiovisivi limita gli spot al 20% del tempo in ciascuna di due fasce orarie. Il tetto, poi, dovrebbe farlo rispettare il software, e come costruirlo in modo che nessuno possa barare è una delle domande della prossima puntata.

C’è poi chi sui social non vende un prodotto ma il proprio lavoro, ed è una delle ragioni migliori per cui i social esistono. Frank Matano ha cominciato nel 2008 con gli scherzi su YouTube, dove è stato fra i primi italiani a superare il milione di iscritti, e da lì è arrivato in televisione; The Jackal sono nati a Napoli come collettivo di video per il web. Ho tre amiche illustratrici che mi hanno raccontato quanto sia difficile emergere nel loro mestiere, e come i social siano diventati per loro uno strumento di lavoro, che lo vogliano o no, perché ci mostrano pezzi delle loro tavole, ci cercano committenti e clienti fissi e ci passano ore che vorrebbero passare a disegnare. Dario Capacci, Il Batterista Metal su YouTube, suona nei Trick or Treat, una band storica del power metal italiano, eppure in un video della primavera scorsa si definisce “un batterista content creator al 100%”, e la giornata tipo che racconta è fatta soprattutto di contenuti per i social. Per un musicista, oggi, vivere di sola musica senza passare dalle piattaforme mi sembra quasi impossibile.

Io per esempio non sono su Instagram, anche se seguirei volentieri le mie amiche e i creator che già seguo su YouTube e che su Instagram fanno un sacco di contenuti in più che semplicemente a me non arrivano. Mi sono accorto più di dieci anni fa di essere molto vulnerabile alla massimizzazione dell’engagement che c’è dentro i social, e so per certo, perché mi succedeva, che finirei a scorrere per ore, buttando intere giornate della mia vita nel nulla cosmico. Un social come quello che sto raccontando è quello in cui potrei finalmente seguire tutti questi bravissimi artisti.

Pubblicare il proprio lavoro dovrebbe essere gratis per chiunque, e chi paga per far arrivare i propri post a più persone verrebbe trattato come un’azienda, con annunci dichiarati e dentro il tetto di chi li riceve. La vetrina, che senza classifiche potrebbe sembrare penalizzata, si reggerebbe sugli interessi dichiarati, sulla vicinanza nella rete e soprattutto sui curatori, e un’illustratrice si farebbe trovare da chi segue l’illustrazione come argomento o da chi ha scelto una rivista che parla di fumetto, senza dipendere dalla fortuna di finire per un giorno in cima a una classifica.

§Le fasce protette

Nei piani della protezione civile le categorie più deboli sono i bambini e gli anziani, e un social sano dovrebbe ragionare allo stesso modo. Nella puntata scorsa ho scritto che i divieti nazionali, così come li stiamo scrivendo, si aggirano con una VPN, e penso ancora che i ragazzi debbano stare il più lontano possibile dalle piattaforme costruite per trattenerli. Un social sano potrebbe fare per loro, e per i loro nonni, quello che quelle piattaforme non hanno voglia di fare, a partire dal sapere davvero quanti anni ha chi si iscrive, senza che nessuno debba consegnare i propri documenti a un social. In Italia, dal novembre 2025, i siti pornografici devono verificare l’età con il cosiddetto doppio anonimato previsto da una delibera dell’AGCOM, per cui chi verifica l’età non sa per quale sito lo sta facendo, e il sito viene a sapere soltanto se l’utente è sopra o sotto la soglia. Nel 2025 la Commissione europea ha pubblicato il modello di un’app di verifica costruita sullo stesso principio, pensata per dimostrare di avere più di 18 anni ma adattabile, scrive la Commissione, ad altre età, come i 13 anni o i 65 dei pensionati, e l’Italia è fra i cinque paesi che la stanno adattando per primi. In questo social la verifica fatta così sarebbe obbligatoria per ogni istanza certificata.

Le soglie le fisserebbe lo statuto del progetto, uguali per tutti, e per esempio potrebbero dividere chi si iscrive in quattro fasce, fino a 12 anni, da 13 a 17, da 18 a 64 e dai 65 in su. Un’istanza potrebbe al massimo alzare l’età minima o quella adulta, mai abbassarle né aggiungere soglie sue, e quella adulta non potrebbe comunque stare sotto la maggiore età prevista nel paese dell’utente, altrimenti basterebbe dichiarare adulti i quindicenni per svuotare la fascia dei ragazzi. L’app non chiederebbe al servizio di verifica “ha più di tot anni?” una soglia alla volta, ma gli manderebbe in un colpo solo le fasce dello statuto, e il servizio risponderebbe soltanto con quella in cui ricade l’utente. Così il protocollo potrebbe rifiutare ogni richiesta con troppe fasce o con fasce troppo strette, che altrimenti permetterebbero, una domanda dopo l’altra, di risalire all’età esatta. C’è poi un rischio meno evidente, legato al tempo, perché un’istanza che ripetesse la verifica ogni giorno scoprirebbe il giorno in cui un ragazzo compie diciotto anni, e con quello la sua data di nascita. Per questo il passaggio da una fascia all’altra dovrebbe avvenire solo quando è l’utente a chiederlo, presentando una nuova prova. Il sistema resterebbe imperfetto, perché anche la fascia è un’informazione, e unita ad altro, come l’iscrizione all’istanza della propria scuola, dice qualcosa in più, ma è un limite che si può ridurre ancora, ed è molto lontano dalla data di nascita completa che oggi le piattaforme chiedono all’iscrizione.

I bambini, cioè la prima fascia, resterebbero fuori, e per loro il software non dovrebbe fare altro che dire di no. I ragazzi potrebbero iscriversi solo a istanze certificate, federate a loro volta con istanze certificate, e lì avrebbero un profilo privato, sarebbero contattabili solo da chi hanno accettato, non comparirebbero nei suggerimenti agli adulti che non fanno parte della loro rete, non riceverebbero pubblicità e di notte avrebbero un silenzio fisso, che non si può togliere. Mancherebbe, di proposito, il limite di tempo giornaliero, che pure compare nell’accordo da 17 miliardi di Meta e nella proposta del Kids Act. Un limite di tempo cura un sintomo, cioè un’applicazione da cui è difficile staccarsi, e in un social che non ordina il feed sui riflessi, non manda notifiche per richiamare e non ha classifiche da scalare, quel sintomo, almeno nelle intenzioni, l’avrebbe già rimosso alla radice.

Gli anziani, invece, sono adulti a tutti gli effetti, e per questo le loro tutele sarebbero attive per impostazione predefinita ma disattivabili, a differenza di quelle dei ragazzi, e chi le spegne si prende un rischio, ma lo fa sapendolo, e la consapevolezza è quello che conta. Le tutele sarebbero tre, pensate contro le truffe e la disinformazione, cioè più prudenza sui contatti da parte di sconosciuti, alcune categorie di pubblicità escluse, come i prodotti finanziari e i prodotti “miracolosi” per la salute, e un po’ di attrito in più sulle ricondivisioni. Il motivo è che, secondo un rapporto della Polizia di Stato del 2023, fra i fattori che rendono gli anziani più vulnerabili ci sono la solitudine e il forte bisogno di comunicare, e fra i modi di truffare in rete lo stesso rapporto cita le truffe sentimentali e quelle sul trading, che cominciano quasi sempre da un contatto inatteso.

§Chi modera

La moderazione la farebbero le persone, e ogni istanza certificata dovrebbe averne. Quando un’istanza ospita abusi, sarebbero le altre a isolarla, tutte insieme.

Il software, invece, non sorveglierebbe nessuno, e non analizzerebbe i contenuti alla ricerca di quello che è illegale. È una non-scelta delicata, perché tocca il tema degli abusi sui minori. Chi ha un server e degli amici depravati esisterà sempre, e a fermarlo, secondo me, sono i servizi sociali, lo psicologo di base, l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole e, quando serve, la legge e la polizia, molto più di qualunque algoritmo. Pensare che un problema sociale si risolva con un programma è la stessa illusione tecnologica da cui sono nati i social di oggi.

§Per tutti

Un social etico degno di questo nome dovrebbe essere facile da usare e accessibile a tutti, dai normodotati con dispositivi di fascia alta a disabili con dispositivi di fascia bassa, da connessioni in fibra del primo mondo a connessioni GPRS del terzo mondo, e dovrebbe essere tradotto in tutte le lingue, dall’afrikaans allo zulu (il fatto che la prima e l’ultima lingua dell’elenco siano entrambe africane è solo un caso curioso). Questa parte la lascio volutamente al livello dei princìpi, perché a progettarla nel dettaglio finirei per costruirlo davvero, questo social, eppure viene prima di tutto il resto, perché un social sano che si usa a fatica resta vuoto come uno che ignora i bisogni di chi lo usa.

§Perché si resta

Le persone restano per altre persone, per gli amici, i parenti lontani, il gruppo del calcetto, il feed della pro loco che annuncia la sagra. Restano perché è utile, per sapere quando chiude la provinciale o per trovare qualcuno che ripari una bicicletta. E restano per svagarsi, che è una cosa seria, con la comicità, gli sketch, i meme e la satira, e poi con l’arte e la cultura in tutte le loro forme, che sui social hanno trovato un pubblico che prima non avevano. Sono le stesse ragioni per cui tanti si sono iscritti a Facebook vent’anni fa, prima che qualcuno decidesse di vendere ogni minuto della loro attenzione.

§Il conto

Resta la domanda che chiunque abbia lavorato in un’azienda del settore avrà avuto in testa da metà articolo: chi paga? Un social senza pubblicità profilata, senza tempo da vendere, con i contatori nascosti e moderatori in carne e ossa, a fine mese deve pagare server, persone e corrente. E se un’istanza comincia a barare sul tetto della pubblicità, chi se ne accorge? Chi impedisce alla fondazione che scrive il software di diventare, in dieci anni, un’altra Meta? Sono le domande su cui ho passato più tempo, e che hanno chiesto più compromessi.

La prossima puntata è tutta per loro, con due enti che si controllano a vicenda, un garante che non incassa niente, una formula che fa pagare di più chi cresce troppo, gli obblighi precisi di chi modera, e la storia di chi ci ha provato prima e si è fermato, da App.net, che ha chiuso nel 2017, a IFTAS, che nel 2025 ha dovuto spegnere buona parte dei suoi servizi di sicurezza per il Fediverso perché i soldi erano finiti.

§Fonti