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Social media considered harmful. Forse... (3/5): Come sopravvivere

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Nelle prime due puntate ho raccontato che lo sapevano, e che chi ha provato a fermarli ci è riuscito poco: qualche giuria sì, le leggi quasi mai. Intanto, mentre i tribunali fanno il loro corso e i parlamenti discutono, i social restano esattamente quelli che sono, e stanno in tasca ai genitori e ai figli, stasera come ieri sera.

Questa è la puntata più pratica della serie. Ho raccolto quello che consigliano pediatri, psicologi e autorità sanitarie, e per ogni consiglio sono andato a cercare se ci fosse una prova che funziona davvero, perché di buon senso in giro ce n’è tanto e di dati molto meno. Qualcosa funziona, anche se poco, e tutto il lavoro resta a chi li usa e alle famiglie, ed è secondo me la parte più grave di tutta la faccenda.

§A che età

La domanda che prima o poi si fanno tutti i genitori ha risposte diverse a seconda di chi la riceve, e messe una accanto all’altra raccontano già parecchio:

Chi lo dice Smartphone Social Altro
Società italiana di pediatria, 2025-2026 non prima dei 13 anni il più tardi possibile, anche dopo l’età consentita dalla legge nessuno schermo sotto i 2 anni; meno di un’ora al giorno fra 2 e 5; meno di due dopo i 5
Commissione francese “Enfants et écrans”, 2024 niente telefono prima degli 11; fra 11 e 13 solo senza internet non prima dei 15, e solo social “etici” nessuno schermo sotto i 3 anni
Proposta di Kids Act europeo, 2026 - niente sotto i 13; fra 13 e 15 un “mini account” con un’ora al giorno; dai 15 un account proprio ancora da approvare
Legge australiana, 2025 - 16 anni applicata male, vedi la puntata scorsa
Regno Unito, divieto annunciato nel 2026 - 16 anni in vigore dalla primavera 2027; l’Ofcom avverte già che verrà aggirato
Legge italiana - sotto i 14 anni serve il consenso dei genitori il disegno di legge sui 15 anni è fermo in Senato
Le piattaforme stesse - 13 anni età scelta per rispettare una legge americana sui dati dei bambini

L’ultima riga è quella che nei fatti decide, e ha una storia poco edificante. Quel 13 viene da una legge americana del 1998 che vieta di raccogliere i dati personali dei minori di 13 anni senza il consenso dei genitori, e le piattaforme lo hanno scritto nei termini d’uso per non doversi porre il problema. È una soglia nata per la pubblicità profilata, e per anni Instagram non si è nemmeno preso il disturbo di chiedere la data di nascita a chi si iscriveva: ha cominciato solo alla fine del 2019.

Anche la legge italiana, a ben guardare, parte dai dati: sotto i 14 anni un ragazzo non può dare da solo il consenso al trattamento dei suoi dati per un servizio online, e serve quello dei genitori, ammesso che la piattaforma si prenda la briga di verificarlo.

Io, si sarà capito, sto con la riga più severa, e penso ancora che si debba fare tutto il possibile per tenere i ragazzi lontani da queste piattaforme il più a lungo possibile. Però i dati delle ultime settimane dicono che i divieti, così come li stiamo scrivendo, sono ottime dichiarazioni d’intenti e nella pratica funzionano poco. Il caso più istruttivo è il Regno Unito. Dal luglio 2025 l’Online Safety Act obbliga le piattaforme a proteggere i minori dai contenuti dannosi e a verificarne l’età, e il 22 ottobre l’Ofcom, l’autorità che deve farlo rispettare, ha pubblicato il suo primo rapporto annuale: nei nove mesi successivi la quota di ragazzi che si imbattono in contenuti dannosi non è cambiata in modo significativo, e la maggior parte dei ragazzi britannici racconta di averne visto almeno uno nell’arco di quattro settimane. Lo stesso rapporto mostra dove le verifiche hanno funzionato e dove no: sui siti pornografici l’accesso dei ragazzi si è ridotto, tanto che metà di quelli che ne hanno visitato uno è passata soltanto da siti con il controllo dell’età, mentre la pornografia che arriva attraverso i social, le chat e i giochi è rimasta esattamente dov’era, e arriva soprattutto dai feed personalizzati. Il controllo funziona dove il contenuto dannoso è il prodotto, e fallisce dove a portarlo è l’algoritmo. Il come lo spiega una ricerca commissionata dal governo di Londra e pubblicata a luglio: il 39% dei ragazzi fra gli 11 e i 17 anni dice di aver aggirato con successo almeno un controllo dell’età, quasi sempre mentendo sulla data di nascita, e uno su dieci lo ha fatto cambiando la propria posizione apparente, di solito con una VPN, che più di un ragazzo su cinque ha usato negli ultimi tre mesi. Quando si vieta qualcosa a livello nazionale nasce il contrabbando, e nel mondo digitale il contrabbando costa quanto installare un’app, spesso gratuita o al massimo da pochi euro al mese. Il dato che dice più degli altri, però, è che il 43% dei ragazzi che usano una VPN racconta che a pagarla è un genitore. Il divieto si scontra quindi con la tecnologia, che lo rende facile da aggirare, e con una cultura che nessuna legge può cambiare, soprattutto dentro le famiglie. E intanto Londra si prepara a vietare i social agli under 16 dalla primavera del 2027, mentre l’Ofcom avverte già che i ragazzi troveranno il modo di aggirare anche quel divieto.

Finché le cose stanno così, la decisione resta sulle spalle delle famiglie, e su questo i pediatri italiani sono stati chiari quanto si può essere chiari: il primo smartphone a 13 anni, e i social il più tardi possibile.

§In famiglia

Nel novembre 2025 la Società italiana di pediatria ha presentato al Senato le sue nuove raccomandazioni, frutto di una revisione di 78 studi selezionati fra più di 6.800, e le ha riassunte in sette parole che cominciano tutte con la P: posticipare, proteggere, preservare la presenza dell’adulto, porre regole chiare, partecipare all’educazione digitale, prevenire rischi e dipendenze, promuovere esperienze reali. Ha l’aria dello slogan, e in parte lo è, ma uno slogan che un genitore stanco si ricorda alle nove di sera vale più di un rapporto che nessuno aprirà mai. Nel comunicato c’è poi una frase che mi piace molto, e che secondo me tiene insieme tutto il discorso meglio delle sette P:

Ogni anno guadagnato senza digitale è un investimento sulla salute mentale, emotiva e relazionale.

Dietro quella frase ci sono numeri che la giustificano, e fanno impressione soprattutto quando riguardano i più piccoli: sotto i due anni mezz’ora di schermo in più al giorno può raddoppiare il rischio di ritardo nel linguaggio, e fra i 3 e i 5 anni ogni ora di schermo in più toglie circa un quarto d’ora di sonno. Per gli adolescenti, più di due ore al giorno davanti a uno schermo si associano a un rischio di sovrappeso più alto del 67%. Elena Bozzola, che ha coordinato il lavoro, ha messo in fila quello che i pediatri vedono negli adolescenti, cioè ansia, isolamento, dipendenza dai social e perdita di autostima, e ha aggiunto, giustamente, che non serve demonizzare la tecnologia.

Su questo punto l’Associazione americana di psicologia va anche oltre: i social, scrive, non sono di per sé né utili né dannosi, e a un ragazzo possono dare sostegno, compagnia e intimità. Per questo raccomanda di insegnare a usarli prima di consegnare il telefono, come si insegna ad andare in bicicletta prima di lasciarlo andare in strada, e di adattare funzioni e permessi all’età, perché un’applicazione progettata per un adulto non è fatta per un dodicenne. È una posizione meno severa della mia, eppure le due stanno benissimo insieme, perché il problema è come sono costruiti, e finché restano costruiti così conviene arrivarci tardi, e arrivarci preparati.

Quanto alle regole di casa, i documenti che ho letto dicono quasi tutti la stessa cosa, e la dicono con una semplicità che lascia disarmati. I pediatri italiani le riassumono in poche righe: niente telefoni e tablet in camera da letto, niente a tavola, niente prima di andare a dormire. E fra le cose che proteggono davvero i ragazzi mettono la presenza dei genitori, il dialogo e regole decise insieme, in famiglia, invece che calate dall’alto. Poi c’è la parte che nessun genitore ha voglia di sentirsi dire, e che la Società italiana di pediatria scrive senza giri di parole: l’adulto resta il modello, e tocca a lui dare l’esempio usando il digitale con misura. Il presidente della società, Rino Agostiniani, l’ha detto ancora più chiaramente presentando le raccomandazioni: la presenza e l’esempio degli adulti sono la prima forma di prevenzione digitale. E ha ragione, perché se a tavola il primo a scorrere il feed è il genitore, il divieto di telefono a tavola dura giusto il tempo di una cena.

Io ho una figlia. E a mia figlia, come molti intorno a me (purtroppo) all’inizio ho dato degli schermi. Un cartone quando mangiava per farla stare più “tranquilla”, magari un’oretta di tv al pomeriggio. Sembra poco, e molti della mia generazione vanno anche molto oltre, “ma io sono moderato”, mi dicevo, “io sono un informatico, li conosco i rischi del digitale e dell’intrattenimento audiovisivo”. Però sono anche un osservatore attento, e vedevo che l’effetto sulla bambina era negativo, vedevo che le poche volte in cui non c’era modo di avere uno schermo la bambina era sì più impegnativa per noi, ma era più “viva”. Non sapevo come spiegarlo, era solo una sensazione. Poi ho deciso di fare un esperimento (mi piace il metodo scientifico), ne ho parlato e abbiamo deciso di eliminare completamente gli schermi. Tutti, nessuno escluso, senza eccezioni. Il miglioramento è stato netto, il suo comportamento era migliorato e anche il suo modo di parlare ed esprimersi.
Finalmente avevo capito, perché l’avevo visto coi miei occhi e l’avevo toccato con mano, il ruolo dei contenuti di intrattenimento sui bambini. Siamo passati da un sospetto ADHD a una bambina serena e socievole, e che è attenta a quello che le succede intorno e a quello che fa all’asilo. Ora che siamo alla primaria vedo le difficoltà che i bambini affrontano e posso tranquillamente fare una tara con quello che vedevo al primo anno di infanzia, prima di decidere per il divieto assoluto, decisione saggia col senno di poi.
Siamo tornati ad avere schermi accesi ogni tanto, ma con moderazione, e mi sono accorto che le nostre regole sono di fatto le medesime della SIP, pur non avendo mai letto quei rapporti (di questo mi ritengo orgoglioso, e felice di aver preso per tempo una situazione che in primaria sarebbe stata al confine col catastrofico).

Su due fronti, in Italia, qualcosa si muove anche senza contare sulla buona volontà delle famiglie, che però dovrebbero in ogni modo darsi da fare. Del resto è prima di tutto nel loro interesse (parlo per esperienza diretta).

Il primo è la scuola. Dall’anno scolastico 2024/25 lo smartphone è vietato alle elementari e alle medie, e dal 2025/26 anche alle superiori, per tutta la durata delle lezioni e persino per uso didattico: il telefono si porta, ma resta nello zaino. Le eccezioni sono poche e sensate, cioè gli studenti con disabilità che lo usano per il proprio piano educativo e i corsi di informatica e telecomunicazioni.

Il secondo è la SIM. Dal novembre 2023, per una delibera dell’AGCOM, tutti gli operatori devono offrire gratis il controllo parentale, e sulle SIM intestate a un minore deve essere già attivo: lo può disattivare solo il titolare adulto o un genitore. Alcuni operatori non lo attivavano e l’Autorità li ha dovuti richiamare, quindi, per chi ha un figlio con una SIM a suo nome, vale la pena controllare di persona che il filtro ci sia davvero.

§Anche gli adulti ci cascano

Gli studi e le leggi si concentrano sui minori, perché è lì che il danno fa più paura, ma chi pensa che sia una faccenda da ragazzini, e che da adulti si sia al riparo, farebbe bene a documentarsi con uno degli studi più solidi che ci siano in circolazione.

Fra il 2004 e il 2006 Facebook è arrivato nelle università americane un ateneo alla volta, e tre economisti hanno avuto l’idea di usare quei tempi sfalsati come un esperimento naturale, confrontando gli studenti degli atenei dove Facebook era già arrivato con quelli dove non c’era ancora. Il risultato, nelle cifre riportate dal Surgeon General, è che dopo l’arrivo di Facebook la depressione aumenta del 9% e l’ansia del 12% rispetto ai livelli di partenza, e il meccanismo più probabile, secondo gli autori, è il confronto sfavorevole con gli altri. Erano studenti universitari, cioè adulti, e il Facebook di allora era molto più semplice di quello che abbiamo oggi in tasca.

Per fortuna esistono anche studi che guardano nella direzione opposta, cioè che misurano che cosa succede quando si toglie.

Nel 2018 un gruppo dell’Università della Pennsylvania ha diviso 143 studenti in due gruppi: uno ha continuato come sempre, l’altro per tre settimane ha usato Facebook, Instagram e Snapchat al massimo dieci minuti al giorno ciascuno, con l’uso controllato dalle schermate della batteria del telefono e quindi senza fidarsi di quello che i partecipanti dichiaravano. Nel secondo gruppo solitudine e depressione sono calate in modo significativo.

Nel 2020 quattro economisti, fra Stanford e New York University, hanno pubblicato un esperimento condotto nelle quattro settimane che hanno preceduto le elezioni americane di metà mandato del 2018. Hanno reclutato quasi 2.700 utenti di Facebook e, fra quelli disposti a disattivarlo per meno di 102 dollari, ne hanno pagati una parte, scelta a caso, perché lo spegnessero davvero. Chi l’ha fatto si è ritrovato con circa un’ora libera in più al giorno e l’ha passata offline, un po’ davanti alla televisione e un po’ con amici e famiglia. Felicità e soddisfazione per la propria vita sono migliorate un po’, l’ansia è calata un po’, ed è calata anche la polarizzazione politica, al prezzo di sapere qualcosa in meno sulle notizie. Il dato che trovo più interessante, però, arriva a esperimento finito: chi aveva smesso ha continuato a usarlo meno, e il valore che dava a Facebook era sceso, come succede con certe abitudini che, una volta interrotte, si scopre di rimpiangere meno di quanto si credesse.

Sono effetti piccoli, e nessuno di questi studi promette una vita nuova, arcobaleni e canguri rosa. Dicono che usarli meno fa stare un po’ meglio, e che smettere per un mese è meno difficile di quanto sembri, il che, per un’abitudine che ci hanno cucito addosso con tanta cura, non è poco.

Io ho abbandonato ogni social da prima della pandemia, e facebook in particolare almeno dal 2016 (forse 17, non ricordo l’ultimo post). Non ne sento affatto la mancanza e anzi ho molto più tempo per me, la mia famiglia e le mie passioni (tra cui la scrittura). Un dato importante è proprio l’ultimo, quello sulla scrittura. Da quando ho smesso di usare Facebook ho ricominciato a coltivare questo hobby positivo, e se tu ora sei qui a leggere qualcosa è proprio per questa decisione, presa un po’ a caso e un po’ con l’intuito di chi ha capito che c’è qualcosa che non va. L’ultimo ad essere abbandonato, Twitter, l’ho tenuto solo per poter aumentare il bacino di lettori del blog, quindi ne ho fatto un uso tutto sommato positivo.

§Cosa funziona, a conti fatti

Dagli studi che ho trovato escono alcune cose che puoi fare da subito, anche stasera, quasi tutte con una prova dietro.

Sulle notifiche l’idea che viene in mente a tutti, cioè spegnerle, non è la migliore. Nel 2019 un gruppo di ricercatori fra la Duke University e l’Università della British Columbia ha diviso 237 persone in tre gruppi: notifiche normali, notifiche raggruppate e consegnate tre volte al giorno, nessuna notifica. Il gruppo delle tre consegne si è sentito più attento, più produttivo, di umore migliore e meno stressato, mentre quello senza notifiche ha riportato più ansia e più paura di perdersi qualcosa. A quanto pare, spegnere tutto fa venire voglia di andare a controllare di continuo, e raggruppare funziona meglio: su iPhone c’è perfino una funzione apposta, il riepilogo programmato.

Poi c’è il bianco e nero, che sembra un trucco da quattro soldi e qualcosa invece fa. Uno studio pubblicato nel 2023 ha fatto usare a 84 persone il telefono normale per una settimana e in scala di grigi la settimana dopo: il tempo davanti allo schermo è sceso di venti minuti al giorno, e le persone si sentivano più padrone del proprio uso e meno stressate. Il numero di volte in cui sbloccavano il telefono, però, è rimasto uguale, il che vuol dire che lo si continua a controllare come prima ma ci si trattiene meno. Il motivo è intuitivo: un’app colorata è progettata per catturare l’occhio, e senza colori lo cattura un po’ meno.

Conta anche chi segui. L’Associazione americana di psicologia raccomanda agli adolescenti di limitare i contenuti che spingono al confronto con gli altri, soprattutto quelli sull’aspetto fisico, e il consiglio vale tale e quale per gli adulti. È coerente con lo studio sulle università, dove il danno passava proprio dal confronto, e smettere di seguire chi fa sentire inadeguati è igiene mentale, e non se ne deve rendere conto a nessuno.

La regola del telefono fuori dalla camera da letto, raccomandata dai pediatri italiani, dal Surgeon General e dagli psicologi americani, vale anche per gli adulti. Se il telefono resta sul comodino perché fa da sveglia, una sveglia vera costa dieci euro e alle due di notte non propone niente da guardare.
L’alternativa sana è usare la funzione “Non disturbare” (DND) del telefono, che funziona bene per sopprimere notifiche e telefonate inattese ma lascia fuori sveglie, numeri dei familiari stretti (i numeri preferiti su Android) e chi chiama tre volte di fila in 15 minuti, che può segnalare un’emergenza.

C’è poi uno strumento che sta già in tasca a tutti. Sia iPhone sia Android hanno un pannello che mostra quanto tempo si passa su ogni applicazione e permette di fissare un limite giornaliero (su iPhone si chiama Tempo di utilizzo, su Android Benessere digitale). Non ho trovato studi solidi sull’effetto di questi limiti presi da soli, quindi non li tratterei come una cura, però il numero settimanale, guardato in faccia la prima volta, fa un certo effetto, ed è un buon punto di partenza.

§Le impostazioni che esistono già

Le piattaforme, nei loro menu, hanno già alcune funzioni che riducono il danno. Alcune le hanno aggiunte perché una legge le obbligava, altre sotto la pressione di genitori, giornali e tribunali, e in genere non fanno molto per farle trovare, perché riducono il tempo che si passa lì sopra, cioè la metrica con cui guadagnano e che quindi tentano di massimizzare.

La più utile, in Europa, è il feed non personalizzato. Dall’agosto 2023 il Digital Services Act obbliga le piattaforme molto grandi a offrire, per ogni sistema di raccomandazione, almeno un’opzione che non sia basata sulla profilazione. Facebook ha aggiunto una scheda con i soli post di chi segui, in ordine cronologico e senza suggerimenti; Instagram permette di vedere un feed con i soli account seguiti; TikTok permette agli europei di spegnere il feed personalizzato, e al suo posto mostra i video più popolari nella zona dell’utente e nel mondo. I nomi e i percorsi nei menu cambiano spesso, ma nelle impostazioni del feed la voce da cercare si chiama di solito “non personalizzato”, “seguiti” o “cronologico”.

Che serva lo dice un esperimento molto grande, fatto su Facebook e Instagram durante le presidenziali americane del 2020 e pubblicato su Science nel 2023: chi è stato spostato per tre mesi sul feed cronologico ha passato molto meno tempo sulle piattaforme e ci ha fatto meno cose. Le opinioni politiche, che erano la vera domanda dello studio, non sono cambiate in modo misurabile, ma il tempo sì, ed è proprio il tempo che ci interessa qui. Il feed costruito su misura è il punto in cui la macchinetta della prima puntata gira più veloce, e secondo me toglierlo è la cosa più efficace che puoi fare senza cancellarti.

Poi ci sono gli account per ragazzi. Nel settembre 2024 Meta ha lanciato su Instagram gli account per adolescenti: profilo privato di default, messaggi solo da chi il ragazzo segue già, contenuti sensibili filtrati, un promemoria dopo sessanta minuti e una modalità notte, dalle 22 alle 7, con le notifiche silenziate e le risposte automatiche ai messaggi. Sotto i 16 anni, per allentare le restrizioni serve il permesso di un genitore, e sulla carta l’elenco è buono, perfino rassicurante.

Un anno dopo quella carta l’ha messa alla prova Arturo Béjar, che a Meta si occupava proprio di sicurezza: ha provato 47 dei 53 strumenti che l’azienda dichiara sul proprio sito, usando account di prova intestati a finti adolescenti, e un gruppo di ricercatori di New York University e Northeastern ha poi ripetuto le prove. Secondo il loro rapporto, due strumenti su tre non funzionano o non esistono più. Gli account di prova arrivavano lo stesso a contenuti su autolesionismo e disturbi alimentari, la ricerca suggeriva modi alternativi per scrivere le parole bloccate, e la piattaforma consigliava di seguire adulti sconosciuti. Meta ha risposto che il rapporto travisa il suo impegno per dare strumenti ai genitori e proteggere gli adolescenti (“misrepresents our efforts to empower parents and protect teens”), e che chi usa questi account vede meno contenuti sensibili, riceve meno contatti indesiderati e passa meno tempo su Instagram di notte.

Il rapporto viene da chi chiede più regole, ma le prove sono descritte e chiunque può ripeterle. La lezione pratica, per chi ha un figlio su Instagram, è semplice e un po’ amara: l’etichetta “account per ragazzi” non è una garanzia, e non sostituisce un genitore che guarda.

Nell’accordo da 17 miliardi di cui ho parlato nella puntata scorsa, Meta si impegna a dare ai minorenni americani un limite di due ore al giorno, un blocco notturno, i like nascosti e un feed non personalizzato. Vuol dire che queste funzioni si possono costruire, e che in parte esistono già: è mancata la voglia di accenderle per tutti. Se ci sono per un sedicenne americano possono esserci per chiunque, adulti compresi, come impostazione predefinita. Le linee guida europee sulla protezione dei minori, pubblicate dalla Commissione nel luglio 2025, chiedono già qualcosa di simile: riproduzione automatica, notifiche push, conferme di lettura e serie di giorni consecutivi da non interrompere disattivate di default, e un algoritmo che dia più peso a quello che l’utente dichiara di volere che a quello che fa col pollice. Per ora sono indicazioni, che la Commissione usa come metro quando controlla il rispetto del regolamento, e sarebbe il Kids Act a trasformarle in obblighi scritti.

§Quando serve aiuto

Nella prima puntata ho citato il dato dell’Istituto superiore di sanità: in Italia il 13,5% degli adolescenti, cioè più di uno su otto e quasi tre in una classe di venti, usa i social in modo problematico, con i segnali tipici della dipendenza, contro una media europea dell’11%. Lo stesso studio, a livello europeo, distingue bene fra chi i social li usa tanto e chi li usa in modo problematico, e la distinzione conta, perché i ragazzi che li usano molto ma senza i segni della dipendenza dicono di sentirsi più sostenuti dai coetanei. Più delle ore, insomma, conta che cosa succede quando si prova a smettere. Se ti riconosci in quei segnali, o li riconosci in tuo figlio (non riuscire a smettere quando vorresti, stare male quando non si possono usare, il resto della vita che passa in secondo piano), sappi che non è una questione di forza di volontà, e che non c’è niente di cui vergognarsi a parlarne con qualcuno.

Dal 24 giugno di quest’anno l’Istituto superiore di sanità ha un numero verde nazionale per tutte le dipendenze, gratuito e anonimo, dal lunedì al venerdì: 800 940 789. Il menu chiede l’area, e fra le aree ci sono le nuove tecnologie. Il primo passo può essere anche il pediatra o il medico di famiglia, e per i pediatri l’Istituto ha preparato una guida apposta sulle dipendenze comportamentali dei ragazzi.

§Tutto questo tocca a chi li usa, ed è il problema

Rileggendo i consigli di questa puntata, cioè rimandare il primo telefono, raggruppare le notifiche, spegnere il feed personalizzato e i colori, scegliere con cura chi seguire, controllare che i filtri ci siano davvero, ci si accorge che ognuno mette il lavoro sulle spalle di chi i social li usa, o di chi in famiglia ne porta la responsabilità, e si affida alla sua capacità di resistere a un’applicazione che migliaia di ingegneri, pagati apposta, hanno progettato per vincere proprio contro quella capacità.

Lo ha scritto anche il Surgeon General degli Stati Uniti, nello stesso documento da cui ho preso i numeri della prima puntata:

Il compito di ridurre i possibili danni dei social non può ricadere tutto sulle spalle dei genitori e di chi cresce i ragazzi.

The onus of mitigating the potential harms of social media should not be placed solely on the shoulders of parents and caregivers.

E la Commissione europea, nelle conclusioni preliminari su Instagram e Facebook, ha detto la stessa cosa da un’altra angolazione: i controlli parentali non bastano proprio perché scaricano il lavoro sui genitori.

Quindi sì, le cose che ho scritto vanno fatte, perché aiutano, sapendo però di giocare in difesa contro un avversario che guadagna da ogni minuto che gli si concede e che ha più soldi e più ingegneri di qualunque famiglia.

E vale la pena sapere anche perché quel lavoro tocca alle famiglie. Le istituzioni qualcosa hanno fatto, e in queste puntate gliel’ho riconosciuto: l’Australia ha avuto il coraggio del divieto, l’Italia ha tolto il telefono dalle aule, la Commissione europea ha scritto nero su bianco che i controlli parentali non bastano. Però sono rimaste a guardare per troppo tempo, e quando si sono mosse lo hanno fatto tardi e con la mano leggera. Facebook ha più di vent’anni, e un feed non basato sulla profilazione l’Europa lo pretende solo dal 2023. Negli Stati Uniti la legge che fa da scudo alle piattaforme è lì dal 1996, e quella sulla sicurezza dei minori online, dopo due anni di andirivieni fra Senato e Camera, non è ancora legge. In Europa le verifiche indipendenti hanno saltato proprio gli articoli sui danni, e le regole sul design per i minori sono ancora linee guida, in attesa di un Kids Act tutto da discutere. Sono soluzioni tiepide, arrivate tardi, che girano intorno al modello di business senza toccarlo, e chi sceglie soluzioni così lascia il conto alle famiglie, una per una, la sera a tavola.

La partita vera si vince cambiando il campo, cioè il modo in cui un social è costruito e il modo in cui guadagna.

Nella prossima puntata provo a fare proprio questo: descrivere come sarebbe, visto da chi lo usa, un social che non ha bisogno di tenerti lì.

§Fonti