Il 25 marzo 2026, a Los Angeles, dodici persone comuni chiuse in una stanza hanno fatto quello che anni di audizioni al Congresso non erano riusciti a fare: hanno guardato bene Instagram e YouTube e hanno deciso, dieci voti contro due, che erano stati progettati con negligenza, che le aziende non avevano avvertito nessuno dei rischi, e che quel progetto aveva contribuito in modo determinante al danno subito da una persona che oggi ha circa vent’anni. Sei milioni di dollari, e una delle prime crepe vere in un muro che sembrava di cemento armato.
La settimana scorsa ho raccontato che lo sapevano. Questa volta voglio raccontare chi ha provato a fermarli, perché se lo merita: governi, giudici, parlamenti, autorità, e qualche persona che non si è rassegnata. Anticipo già come va a finire: davanti a una giuria, quando ci arrivano, le piattaforme perdono sempre, e davanti a una legge non perdono quasi mai.
§Chi ha provato con il divieto
Il paese che ha avuto più coraggio è l’Australia. Dal 10 dicembre 2025 chi ha meno di 16 anni non può avere un account, e le piattaforme che non rispettano la legge rischiano sanzioni fino a 109 milioni di dollari australiani.
Tre mesi dopo le autorità australiane hanno misurato l’effetto e, cosa più rara di quanto dovrebbe, hanno avuto l’onestà di pubblicarlo anche se i numeri non erano trionfali. I ragazzi fra i 10 e i 15 anni con almeno un account sono passati dal 52,4 al 42,1%, quindi qualcosa si è mosso. Fra quelli che l’account l’hanno tenuto, però, metà racconta che la piattaforma non gli ha mai chiesto quanti anni avesse. E benessere, sonno e autostima sono rimasti pressoché dove erano.
Io resto convinto che per i minori il divieto sia la misura più efficace, esattamente come lo è stato per le sigarette, e quei numeri non mi fanno cambiare idea. Mi dicono però dove il sistema fa acqua: il rubinetto è rimasto in mano alle piattaforme, cioè proprio a chi guadagna da ogni ragazzino che viene dimenticato dall’algoritmo di controllo, da ogni perdita. È come affidare il controllo dei documenti all’ingresso della discoteca al barista che prende la percentuale sui cocktail.
§Davanti a una giuria hanno perso
Negli Stati Uniti, dove hanno sede quasi tutte queste aziende, la storia l’hanno scritta due giurie nel giro di ventiquattr’ore.
La prima è arrivata il 24 marzo a Santa Fe, dove una giuria ha stabilito che Meta aveva ingannato il pubblico sui rischi per la salute mentale dei minori e sullo sfruttamento sessuale. A fare causa era lo stato del New Mexico, che ha ottenuto una condanna a 375 milioni di dollari, calcolati sul massimo previsto per ogni violazione (lo stato ne chiedeva più di due miliardi). Il 6 agosto il giudice Bryan Biedscheid è andato oltre e ha dichiarato le piattaforme un public nuisance, la categoria giuridica con cui di solito si fa chiudere una fabbrica che avvelena il fiume del paese. Altri 567 milioni per un fondo di risanamento e, cosa che conta molto più dei soldi, una serie di obblighi precisi: limiti all’uso da parte degli adolescenti, restrizioni alle notifiche, controlli sui contatti fra adulti e minori, e rapporti al tribunale ogni sei mesi.
Il giorno dopo è arrivato il verdetto di Los Angeles, il primo di migliaia di cause individuali. Chi aveva fatto causa, indicato negli atti solo con le iniziali KGM, aveva citato quattro aziende, e due di loro hanno preferito non arrivare in fondo: Snap ha chiuso con un accordo la settimana prima dell’inizio, TikTok alla vigilia delle arringhe. Meta e Google invece hanno scelto di andare fino alla sentenza, e hanno perso: tre milioni di risarcimento, per il 70% a carico di Meta, e altri tre di danni punitivi. La giudice Carolyn Kuhl ha poi respinto le loro richieste di annullare il verdetto, e a luglio le due aziende hanno presentato appello. La linea difensiva di Meta è che la salute mentale degli adolescenti è una cosa “profondamente complessa”, che non si può ricondurre a una singola applicazione. È vero, è complessa. Ma la complessità è anche l’argomento con cui, dal tabacco in poi, chiunque avesse bisogno di prendere tempo ha sempre chiuso il discorso.
Sei milioni, per Meta, sono il fatturato di meno di mezz’ora, e il conto in sé non la preoccupa. Quel verdetto pesa per un’altra ragione: una giuria ha trattato un social network come si tratta un’automobile con i freni difettosi. Ha giudicato il progetto, e ha lasciato stare i contenuti che ci passano sopra, che sono sempre stati lo scudo dietro cui queste aziende si riparavano.
Due processi arrivati fino alla sentenza, due sconfitte.
§Quando vedono arrivare il processo, pagano
Il resto del contenzioso racconta l’altra metà della strategia, meno spettacolare e molto più efficace.
Nel grande procedimento federale che raccoglie migliaia di cause, il primo processo intentato da un distretto scolastico, quello della contea di Breathitt, in Kentucky, doveva cominciare a metà giugno. Non è mai cominciato, perché le quattro aziende hanno pagato prima: 27 milioni in totale, senza ammettere nulla e senza cambiare una sola riga del prodotto. Le scuole di una contea rurale americana hanno avuto i loro soldi, e i loro ragazzi, il giorno dopo, hanno riaperto le stesse identiche applicazioni.
Poi è arrivato l’accordo grosso. Il 18 agosto si è aperto a Oakland il processo intentato contro Meta da decine di procuratori generali degli stati, e dopo otto giorni di udienze Meta ha firmato: fino a 17 miliardi di dollari in dieci anni, di cui circa 5 legati al fatto che anche le altre piattaforme adottino misure simili. Qui però, a differenza del Kentucky, dentro l’accordo c’è il prodotto, ed è la parte che mi interessa davvero. Per i minorenni ci saranno un limite di due ore al giorno come impostazione predefinita, che solo un genitore può togliere, un blocco notturno da mezzanotte alle sei, le notifiche spente di notte e in orario scolastico, il conteggio dei like nascosto, niente filtri che simulano la chirurgia estetica e la possibilità di scegliere un feed non personalizzato. In più un revisore indipendente con ampio accesso alle informazioni, e il divieto di fare dichiarazioni ingannevoli sulla sicurezza.
Nel testo dell’accordo Meta nega ogni accusa e ogni responsabilità. È la formula di rito, e legalmente conta.
Io la leggo in un altro modo. Chi firma per 17 miliardi dopo appena otto giorni di processo, secondo me, ha guardato bene in faccia i giurati di Santa Fe e di Los Angeles, ha fatto due conti e ha capito che anche a Oakland sarebbe finita male.
C’è poi un dettaglio che si lega alla puntata scorsa. Fra le misure strappate dai procuratori c’è il conteggio dei like nascosto ai minori, cioè Project Daisy, la stessa funzione che i ricercatori di Meta avevano già provato e che, secondo i documenti interni, non aveva migliorato il benessere di nessuno. L’azienda l’aveva lanciata come vetrina, un’opzione da attivare per fare bella figura, e adesso la deve accendere per obbligo.
§La legge americana protegge proprio il meccanismo
Se negli Stati Uniti servono le giurie, è perché la legge, lì, sta dall’altra parte, e ci sta da trent’anni.
La norma si chiama Section 230, è del 1996, e dice che una piattaforma non risponde di quello che pubblicano i suoi utenti. Era pensata per i forum dei primi anni di internet, e oggi fa da scudo ad aziende che valgono più del prodotto interno lordo di interi paesi. Nel novembre 2023 la giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers ha aperto una breccia, stabilendo che le cause per difetto di progettazione possono andare avanti, perché riguardano il prodotto e non i contenuti. Nella stessa ordinanza, però, la legge l’ha costretta a lasciare fuori proprio le accuse sul feed infinito e sugli algoritmi che massimizzano il coinvolgimento, cioè il cuore della macchinetta che ho descritto la settimana scorsa. È una di quelle situazioni in cui un giudice può dare ragione solo a metà, perché il legislatore gli ha legato l’altra mano.
Il Congresso, intanto, discute, come fa da anni. Il Kids Online Safety Act è passato al Senato nel 2024 con 91 voti contro 3, una maggioranza che a Washington non si vede quasi mai, e poi si è arenato alla Camera. Quest’anno la Camera ha approvato una sua versione, togliendo però l’obbligo di diligenza a carico delle piattaforme, che per i promotori al Senato era il cuore della legge. Per quanto mi risulta, a oggi nessuna delle due versioni è legge.
E quando un’autorità ha colpito davvero, la storia è andata così. Nel 2019 la Federal Trade Commission ha inflitto a Facebook una sanzione da 5 miliardi di dollari per la privacy, con l’obbligo di farsi controllare da un valutatore indipendente. Nel 2023 la stessa Commissione ha contestato all’azienda di non aver rispettato pienamente l’ordine, citando proprio il valutatore, che aveva trovato diverse lacune e punti deboli (“several gaps and weaknesses”). La risposta di Meta è stata fare causa per impedire che il caso venisse riaperto.
§L’Europa la legge ce l’ha
Dalle nostre parti la situazione è rovesciata, e per una volta possiamo anche andarne un po’ fieri. Qui la legge c’è, si chiama Digital Services Act, ed è il motivo per cui ogni tanto qualcuno ti dice, con l’aria di chi la sa lunga, che in Europa il problema è risolto.
Bisogna riconoscere che la Commissione la sta usando per guardare esattamente dove serve. Il 6 febbraio ha comunicato a TikTok le sue conclusioni preliminari: il design dell’applicazione crea dipendenza e viola il regolamento. Il 10 luglio ha fatto lo stesso con Instagram e Facebook, con parole che francamente non mi aspettavo di leggere in un comunicato di Bruxelles:
[Queste funzioni] ti spingono a scorrere ancora e ancora, mettono il cervello in “pilota automatico” e alimentano abitudini malsane e un uso compulsivo.
[These features] fuel the user’s urge to keep scrolling and shift the brain into “autopilot mode”, contributing to unhealthy habits and compulsive use.
E i rimedi che chiede sono rimedi di progetto, che è la cosa giusta: riproduzione automatica e scorrimento infinito disattivati di default, pause vere, un algoritmo meno ossessionato dal coinvolgimento. La Commissione aggiunge che i controlli parentali non bastano, perché scaricano il lavoro sui genitori.
Il problema è che sono conclusioni preliminari, e per quanto mi risulta una decisione finale a oggi non c’è. L’unica multa inflitta finora a un social in base al regolamento è quella a X, 120 milioni di euro nel dicembre 2025, e riguardava la spunta blu ingannevole e l’accesso ai dati per i ricercatori: con la dipendenza non c’entrava niente.
Poi c’è la parte che mi riguarda per mestiere, e che mi fa arrabbiare di più. Il regolamento prevede che le grandi piattaforme si facciano controllare ogni anno da un revisore indipendente, e fin qui tutto bene. Il revisore, però, lo sceglie e lo paga la piattaforma. Il primo giro di controlli si è chiuso a fine 2024 e, secondo l’analisi dell’osservatorio dell’Università di Amsterdam, per Facebook sono rimasti fuori dal controllo, fra gli altri, gli articoli su interfacce ingannevoli, protezione dei minori, valutazione dei rischi sistemici e misure per ridurli. La ragione dichiarata è che su quei punti stava già indagando la Commissione, ed è una ragione comprensibile.
Il risultato, però, è che il controllo annuale è rimasto in silenzio proprio sugli articoli che parlano del danno.
Da architetto del software so bene che cosa guarda un audit di questo tipo: verifica che esistano le procedure, che i verbali siano in ordine, che i responsabili siano stati nominati. Per sapere che cosa fa davvero un sistema di raccomandazione servono invece una squadra tecnica, l’accesso al codice e ai dati, e mesi di lavoro. E servono revisori che non debbano sperare di farsi rinnovare l’incarico, l’anno dopo, da chi stanno controllando. “La legislazione c’è” è un argomento debole, se chi deve farla rispettare guarda le carte e il cofano della macchina non lo apre mai.
Io per mestiere faccio l’architetto del software, appunto. E tra le verie mansioni mi occupo di normativa e di certificazioni, soprattutto mi occupo di garantire col mio lavoro che le architetture che progetto e che il software che viene prodotto sotto la mia supervisione e responsabilità sia certificabile secondo le varie normative (ISO 27001 e NIS2 prevalentemente, ma anche altre più sporadicamente, per clienti particolari). Ho fatto e faccio anche l’altro lavoro, quello dall’altro lato (più o meno, non faccio l’auditor), cioè vado a fare assessment tecnico e verifico se e quanto i sistemi che analizzo siano aderenti alla normativa e in generale quale sia la qualità del software che mi viene sottoposto.
Ecco, gli auditor, e lo so perché sto e sono stato da entrambi i lati, possono anche essere molto zelanti (e qualche volta lo sono), ma se la normativa richiede che le carte siano a posto e che l’assessment richieda non più di una settimana di una persona, è chiaro che il controllo è solo burocratico e sono semplicemente una serie di scartoffie che non certificano nulla, nella realtà.
Lungi da me far passare il messaggio che gli auditor e l’auditing normativo siano inutili. Quello che sostengo è che l’utilità c’è solo se il software viene analizzato e valutato, con tutte le risorse e tutto il tempo necessario a farlo. Finché saranno le carte a essere valutate, non servirà a nulla. Come nel caso di Meta che si fa valutare dai suoi stessi collaboratori.
Sul modello di business, che per me è la radice di tutto, il regolamento interviene in due punti soltanto: vieta la pubblicità profilata sui dati sensibili e quella profilata rivolta ai minori. Tutto il resto, cioè un’industria pagata in proporzione al tempo che riesce a tenerti incollato allo schermo, non lo tocca nessuno.
La proposta più recente è del 17 settembre e si chiama Kids Act: niente social sotto i 13 anni, un “mini account” con un’ora al giorno fra i 13 e i 15, e soprattutto l’inversione dell’onere della prova, per cui sarebbe la piattaforma a dover dimostrare di essere sicura. Quest’ultima idea è l’esatto contrario di doubt is our product, e la sottoscrivo in pieno. Il resto mi convince poco. È una norma costruita tutta intorno all’età, come se il problema sparisse per magia il giorno del compleanno, e il modello di business lo lascia esattamente dov’è. Ed è ancora una proposta, che deve passare da Parlamento e Consiglio.
In Francia, nel frattempo, il divieto sotto i 15 anni approvato a luglio è stato bocciato il 14 agosto dal Conseil constitutionnel, perché colpiva tutti i servizi allo stesso modo senza distinguere quelli di cui è dimostrato il rischio. Detta così sembra una sconfitta, ma la Corte ha lasciato la porta aperta a un divieto mirato ai servizi che si dimostrino dannosi per come sono fatti, cioè proprio a una regola che guarda il prodotto.
La Svizzera nell’Unione non c’è, però sta arrivando da sola alle stesse conclusioni (e regole). Il 14 ottobre il Consiglio federale ha chiuso la consultazione sulla sua legge per piattaforme e motori di ricerca, e ha chiesto al dipartimento competente il testo per il Parlamento entro fine giugno 2027. Le piattaforme “molto grandi”, che secondo la stampa svizzera sono quelle usate da almeno un decimo della popolazione, dovranno valutare i rischi per i minori e ridurli, e ai minori non potranno mostrare pubblicità profilata. Un’età minima nella legge non c’è: il consigliere federale Rösti, a una domanda dei giornalisti, ha detto che il governo è aperto all’idea, ma che prima vuole aspettare le risposte ad alcuni postulati ancora pendenti e un rapporto di esperti. Del feed infinito e della riproduzione automatica, nel comunicato, nemmeno una parola. È la ricetta europea con qualche anno di ritardo: valutazione dei rischi, niente pubblicità profilata ai minori, un pezzetto del modello di business toccato e tutto il resto dov’era.
§Fra la legge e chi la scrive ci sono i lobbisti
Il 10 ottobre George Hotz, uno che di mestiere fa l’hacker e l’imprenditore, ha pubblicato un monologo di poche righe in cui prova a spiegare il lobbying americano a uno straniero, con un sarcasmo che fa ridere amaro. I soldi vanno alle campagne elettorali, i politici approvano quello che chiedono i finanziatori, e a fine carriera li aspetta una consulenza ben pagata presso gli stessi finanziatori. Chiude così:
Tu non puoi capire, non sei americano: il lobbying non c’entra niente con le mazzette.
You just don’t get it cause you aren’t American, lobbying is definitely not bribery.
Gli ha risposto Antonin Carette, da europeo, senza girarci intorno: il concetto lo capisco benissimo, solo che io lo chiamo corruzione. La pratica è la stessa, cambia soltanto che da voi è legale.
Sul sistema americano sono d’accordo con tutti e due. A noi europei, però, conviene non sentirci troppo al riparo. A Bruxelles gli assegni alle campagne elettorali non ci sono, ma il lobbying è legale e registrato, e funziona con gli incontri e con le carriere. Secondo un rapporto di Corporate Europe Observatory e LobbyControl, basato sui dati del Registro per la trasparenza dell’Unione, l’industria digitale spende a Bruxelles circa 151 milioni di euro l’anno. Erano 113 nel 2023 e 97 nel 2021, quindi la curva sale, e in fretta. Il primo della lista è Meta, con circa 10 milioni. (Le due organizzazioni non sono neutrali, ma i numeri vengono dal registro ufficiale.) Negli Stati Uniti, nel 2025, Meta ha dichiarato circa 26 milioni di dollari di lobbying federale, più di qualunque altra azienda del paese.
Per spiegare una legge timida non serve tirare in ballo nessun complotto. Bastano 151 milioni l’anno, spesi con pazienza.
Quanto alle carriere, c’è un caso che si può raccontare con le sole date. Aura Salla ha lavorato alla Commissione europea, dal 2020 al 2023 è stata la responsabile degli affari europei di Meta, e nel 2024 è stata eletta al Parlamento europeo. Dal febbraio 2026 è relatrice del Digital Omnibus, il pacchetto che deve “semplificare” le regole europee sui dati, GDPR compreso. Transparency International EU, insieme ad altre organizzazioni, ha chiesto che l’incarico le venga tolto. Lei ha sempre difeso il passaggio fra pubblico e privato come una cosa normale, anzi da incoraggiare. Non ho trovato notizia di una decisione del Parlamento su quella richiesta.
Sia chiaro, è tutto regolare. Ma è regolare anche che le regole europee sui dati passino dalle mani di chi, fino a tre anni fa, curava a Bruxelles gli interessi di Meta, e a me questo sembra un problema della regola, prima ancora che delle persone.
§In Italia aspettiamo
Da noi, invece, abbiamo un disegno di legge con le firme di quasi tutti i gruppi, il 1136, che fissa l’età minima a 15 anni e che dorme in commissione al Senato dal 16 giugno, nonostante metta d’accordo partiti che non sono d’accordo su nient’altro. Abbiamo un’Antitrust che nel 2024 ha multato TikTok per 10 milioni di euro, il massimo che la legge le consente, per una sfida che secondo l’Autorità era autolesionista e che l’algoritmo dell’applicazione aveva contribuito a diffondere: dieci milioni erano il tetto, e già questo dice quanto sia basso il tetto. Abbiamo un’azione collettiva promossa dal Moige contro Meta e TikTok al Tribunale di Milano, con l’udienza finale fissata per il 19 novembre. E abbiamo un’opinione pubblica che il divieto lo vuole: il 70% secondo YouGov, quasi il 79% secondo Eurispes (che però in quella nota non pubblica il metodo).
E qui lasciamelo dire. Il Moige è lo stesso che negli anni se l’è presa con i Simpson e South Park, e che è arrivato a denunciare all’autodisciplina pubblicitaria il “porca puttena” di Lino Banfi in uno spot della TIM. Se per arginare lo strapotere delle piattaforme e salvarci la salute mentale dobbiamo aggrapparci a loro, siamo messi davvero da schifo.
§Gli scettici su una cosa hanno ragione
Te li avevo promessi. Sono ricercatori seri, e conviene ascoltarli anche quando non dicono quello che vorremmo sentirci dire.
Amy Orben e Andrew Przybylski, nel 2019, hanno analizzato i dati di 355.358 adolescenti e hanno trovato che l’uso della tecnologia spiega al massimo lo 0,4% della variabilità del benessere. Candice Odgers, nel 2024, ha scritto su Nature che le prove di un’epidemia di malattia mentale causata dai social non ci sono. Le accademie nazionali delle scienze americane hanno concluso che la letteratura non dimostra effetti sull’intera popolazione. E molti ricercatori, compresi quelli sentiti quando è cominciato il processo di Los Angeles, preferiscono parlare di “uso problematico” e considerano prematura la parola dipendenza.
Su un punto hanno ragione, e lo concedo senza giri di parole: una prova causale solida, valida per tutti gli adolescenti, oggi non c’è.
Una media, però, resta una media, e dentro una media c’è sempre qualcuno che sta molto peggio degli altri. Lo 0,4% calcolato su 355.000 ragazzi è compatibile con un prodotto innocuo per la maggior parte e pesante per una minoranza, che è esattamente quello che dicevano le diapositive interne di Meta: l’effetto si concentra su chi è già in difficoltà. Anche fra chi gioca d’azzardo la grande maggioranza non sviluppa alcun disturbo, eppure il disturbo sta nel manuale degli psichiatri e le slot machine sono regolamentate, perché quella minoranza esiste.
C’è poi il fatto che gli scettici stessi il prodotto non lo assolvono affatto. Odgers, nello stesso articolo, scrive che alle piattaforme servono riforme profonde (“considerable reforms”). E le accademie americane, mentre negano l’effetto di massa, riconoscono che può fare danni.
E infine c’è la questione di chi tiene i dati, che per me chiude il discorso. Finché il principio attivo lo può studiare solo chi lo vende, “non ci sono prove sufficienti” ci dice a che punto è la ricerca, molto più di quanto ci dica sul prodotto. In Europa, da ottobre 2025, esiste una norma che obbliga le grandi piattaforme ad aprire i dati ai ricercatori accreditati. Vedremo che cosa ne esce. Nel frattempo, la domanda giusta resta quella del Kids Act: a chi tocca dimostrare che è sicuro?
Se metti in fila tutte queste storie, hanno una cosa in comune. I parlamenti discutono dell’età a cui si può entrare. Le giurie, la Commissione nelle sue conclusioni preliminari e perfino il Conseil constitutionnel guardano a come è fatto il posto in cui si entra. E nessuno, finora, ha avuto il coraggio di mettere le mani sul motivo per cui è fatto così, cioè su come quel posto guadagna.
Nel frattempo i social sono quelli che sono, e tu e i tuoi figli li avete in tasca. Nella prossima puntata ti do una guida di sopravvivenza.
§Fonti
- CNBC, verdetto di Los Angeles contro Meta e YouTube, 25 marzo 2026 e CalMatters
- Fortune, gli appelli di Meta e YouTube, 15 luglio 2026
- Source NM, New Mexico contro Meta, verdetto del 24 marzo 2026
- Source NM, New Mexico contro Meta, decisione del 6 agosto 2026
- WKYT, l’accordo della contea di Breathitt
- Procuratore generale della California, accordo con Meta, 26 agosto 2026 e testo dell’accordo
- Courthouse News, ordinanza Gonzalez Rogers del 14 novembre 2023
- Federal Trade Commission, 3 maggio 2023
- Commissione europea, conclusioni preliminari su TikTok, 6 febbraio 2026
- Commissione europea, conclusioni preliminari su Instagram e Facebook, 10 luglio 2026
- Commissione europea, multa a X, 5 dicembre 2025
- DSA Observatory, Università di Amsterdam, sui primi audit
- Commissione europea, atto delegato sull’accesso ai dati per i ricercatori
- Commissione europea, proposta di Kids Act, comunicato IP/26/1890 del 17 settembre 2026 e Euronews
- Consiglio federale svizzero, comunicato del 14 ottobre 2026 e watson.ch e nau.ch
- George Hotz, “Lobbying” e Antonin Carette, “Lobbying is corruption”
- Euronews, la spesa di lobbying delle aziende digitali a Bruxelles
- Axios, il lobbying di Meta negli Stati Uniti
- Transparency International EU, sull’incarico ad Aura Salla
- eSafety Commissioner (Australia), “Early days, early insights”, 31 luglio 2026, sul sito esafety.gov.au
- Conseil constitutionnel, decisione n. 2026-911 DC del 14 agosto 2026
- Senato della Repubblica, fascicolo del disegno di legge 1136
- AGCM, provvedimento PS12543 su TikTok, 14 marzo 2024
- Help Consumatori, azione collettiva del Moige, udienza del 19 novembre
- YouGov, sondaggio in sei paesi europei e Eurispes
- Orben e Przybylski, Nature Human Behaviour, 2019
- Odgers, “The great rewiring”, Nature, 2024
- Nature, “Is social media addictive for teens? US courts wade into scientific debate”, 2026
- National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, “Social Media and Adolescent Health”
- Euronews, porte girevoli nell’Unione europea, 5 agosto 2024