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Social media considered harmful. Forse... (4/5): Un social umano
Nel 2018 Facebook provò a rendere il suo feed più sano, premiando le “interazioni sociali significative” fra amici e parenti, e tre anni dopo i suoi documenti interni hanno raccontato che aveva ottenuto il contrario, cioè un feed che dava più voce ai più arrabbiati. Chi progetta software questa storia la capisce al volo, perché nel mio mestiere c’è un modo di dire che la riassume in una riga: “quando ottimizzi per una metrica, questa perde di valore”.
Nelle puntate precedenti ho raccontato che lo sapevano, che chi ha provato a fermarli ci è riuscito poco, e che per sopravvivere oggi il lavoro tocca a chi li usa. In questa puntata provo a descrivere come sarebbe fatto un social sano, quali funzioni avrebbe e soprattutto quali non avrebbe, e perché. È l’idea di un software, pensata da chi il software lo progetta di mestiere, e come un social del genere si mantenga e chi lo controlli è un problema abbastanza grosso da occupare da solo l’ultima puntata.
Social media considered harmful. Forse... (3/5): Come sopravvivere
Nelle prime due puntate ho raccontato che lo sapevano, e che chi ha provato a fermarli ci è riuscito poco: qualche giuria sì, le leggi quasi mai. Intanto, mentre i tribunali fanno il loro corso e i parlamenti discutono, i social restano esattamente quelli che sono, e stanno in tasca ai genitori e ai figli, stasera come ieri sera.
Questa è la puntata più pratica della serie. Ho raccolto quello che consigliano pediatri, psicologi e autorità sanitarie, e per ogni consiglio sono andato a cercare se ci fosse una prova che funziona davvero, perché di buon senso in giro ce n’è tanto e di dati molto meno. Qualcosa funziona, anche se poco, e tutto il lavoro resta a chi li usa e alle famiglie, ed è secondo me la parte più grave di tutta la faccenda.
Se l'albero cade e nessuno ascolta
Qualche giorno fa ho visto un video su Calla Walsh, una ragazza americana di ventidue anni che in sei anni è passata dalle campagne elettorali del Partito democratico ai palchi della televisione di Stato iraniana. Il video veniva da un canale italiano che si occupa di comunicazione, e il suo autore a un certo punto si ferma per dichiarare il metodo: non è un video di geopolitica, dice, lui si occupa di comunicazione, e il suo scopo è darci gli strumenti per farci un’opinione. È un proposito che rispetto, e proprio per questo mi ha dato fastidio vederlo tradito un minuto dopo l’altro, a partire dal titolo, con le parole chiave in maiuscolo, sulla bambina prodigio che oggi festeggia gli americani morti, passando per la fonte quasi unica del racconto, un ritratto pubblicato da The Free Press che lui stesso definisce “bellissimo”, fino a un’inesattezza che chi ha preparato il video avrebbe potuto controllare in cinque minuti, scritta perfino in sovrimpressione (Walsh è nata nel 2004, non nel 2005).
Avere un’opinione è normale, e ce l’ho anch’io. Ma se ti presenti come quello che analizza la comunicazione senza schierarsi, la scelta delle parole è esattamente il punto in cui l’imparzialità si regge o crolla, e lì è crollata. Gliel’ho scritto in un commento, e scrivendolo mi sono accorto che la parte interessante di questa storia era una domanda che il video sfiorava appena alla fine, quando parlava di istituzioni che non sanno più intercettare l’ansia di un’intera generazione. Che cosa succede a una persona quando parla, parla, parla, e nessuno la ascolta?
Social media considered harmful. Forse... (2/5): Chi li ferma, o ci prova
Il 25 marzo 2026, a Los Angeles, dodici persone comuni chiuse in una stanza hanno fatto quello che anni di audizioni al Congresso non erano riusciti a fare: hanno guardato bene Instagram e YouTube e hanno deciso, dieci voti contro due, che erano stati progettati con negligenza, che le aziende non avevano avvertito nessuno dei rischi, e che quel progetto aveva contribuito in modo determinante al danno subito da una persona che oggi ha circa vent’anni. Sei milioni di dollari, e una delle prime crepe vere in un muro che sembrava di cemento armato.
La settimana scorsa ho raccontato che lo sapevano. Questa volta voglio raccontare chi ha provato a fermarli, perché se lo merita: governi, giudici, parlamenti, autorità, e qualche persona che non si è rassegnata. Anticipo già come va a finire: davanti a una giuria, quando ci arrivano, le piattaforme perdono sempre, e davanti a una legge non perdono quasi mai.
Social media considered harmful. Forse... (1/5): Loro sapevano
Il 1° ottobre il Pew Research Center ha pubblicato un sondaggio, fatto in 37 paesi e territori, su più di 45.000 persone. Il titolo dice che nel mondo cresce il numero di persone convinte che i social stiano facendo male alla democrazia.
Io ne sono convinto da una vita, e non solo per la democrazia. Penso che i social, per come sono costruiti oggi, siano un prodotto che crea dipendenza, venduto da aziende che lo sanno bene e che hanno fatto quello che hanno imparato da quelli venuti prima di loro, cioè i produttori di sigarette e i petrolieri: negare e prendere tempo, e intanto incassare tanti soldi a spese della gente comune. Lo dico subito così è chiaro da che parte sto. Questa è la prima di cinque puntate, una a settimana, in cui provo a dimostrarlo con i fatti, come mi piace fare solitamente. Il forse del titolo arriva alla fine, rimani con me fin lì.
Techbros e il drago di silicio
Sono un tecnico appassionato, uno a cui piace tenersi informato e leggere. Forse soffro di bulimia informativa, ma ammetto che non dimentico le informazioni che acquisisco quando mi interessano, quando accendono quel LED interiore, la spia che dice “oh, oh, there’s something tasty!” (Oh, oh, c’è qualcosa di succoso! Ma la mia vocina interiore, come Hacker News, Lobsters e altri canali che seguo, è bri’ish). In ogni caso, leggere così tanto, informarmi così tanto, stare al passo con gli argomenti che mi interessano non mi dispiace affatto, bulimia o meno che sia.
La notizia mi è arrivata da lobste.rs (e poi dritta su Hacker News, una cosa abbastanza tipica, le due community sono parzialmente sovrapponibili) e devo dire che si spacciava parecchio per Terminator 2. Non sto scherzando: un ricercatore si dimette da Anthropic dicendo che chi costruisce l’intelligenza artificiale crede davvero che possa ammazzarci tutti (lui compreso) e che nessuno dei due laboratori in testa, il suo compreso, si sta comportando in modo responsabile. Come è ovvio, vista la qualità della stampa mondiale quando si tratta di tecnologia, ancora stregoneria per i più, e in particolare per la stampa italiana che oltre a vederla come stregoneria ha bisogno di articoli sensazionalistici per campare, il 10 settembre da noi è uscito tutto insieme: Tgcom24 con i sistemi che potrebbero distruggere l’umanità, QuiBrescia con l’IA che potrebbe sterminarla, e Red Hot Cyber che vince a mani basse aprendo il pezzo con l’epigrafe di Terminator 2, Skynet che diventa autocosciente alle 2:14 del 29 agosto (da nerd avrei preferito alle 3:14, ma non si può chiedere questo ai normies), salvo poi rassicurare (altrimenti sarebbe procurato allarme, e i soldi per le cause non ce li hanno): l’azienda sta facendo del suo meglio. Peccato. Pensa non dover più pagare il mutuo. Io poi ho sempre detto “grazie” e “per favore” alle macchine, quindi magari mi risparmiano. Chissà.
Il foro che non esiste
Se un’associazione italiana volesse contestare sul serio la designazione OFAC che si è vista appioppare, a chi si rivolge? La risposta breve è: a nessuno. Non perché sia difficile, ma perché il foro dove andare non esiste.
Le ultime elezioni fanno schifo...
Voglia di Rivoluzione
Salve a tutti, Sta mattina sul treno per andare a lavoro stavo leggendo un libro che contiene una raccolta di discorsi di Ernesto “Che” Guevara tenuti in vari ambiti della sua amministrazione di Cuba da ministro dell’Industria.