Alessandro 'kLeZ' Accardo personal website

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Tag: società

Social media considered harmful. Forse... (4/5): Un social umano

In Italian

Nel 2018 Facebook provò a rendere il suo feed più sano, premiando le “interazioni sociali significative” fra amici e parenti, e tre anni dopo i suoi documenti interni hanno raccontato che aveva ottenuto il contrario, cioè un feed che dava più voce ai più arrabbiati. Chi progetta software questa storia la capisce al volo, perché nel mio mestiere c’è un modo di dire che la riassume in una riga: “quando ottimizzi per una metrica, questa perde di valore”.

Nelle puntate precedenti ho raccontato che lo sapevano, che chi ha provato a fermarli ci è riuscito poco, e che per sopravvivere oggi il lavoro tocca a chi li usa. In questa puntata provo a descrivere come sarebbe fatto un social sano, quali funzioni avrebbe e soprattutto quali non avrebbe, e perché. È l’idea di un software, pensata da chi il software lo progetta di mestiere, e come un social del genere si mantenga e chi lo controlli è un problema abbastanza grosso da occupare da solo l’ultima puntata.

Social media considered harmful. Forse... (3/5): Come sopravvivere

In Italian

Nelle prime due puntate ho raccontato che lo sapevano, e che chi ha provato a fermarli ci è riuscito poco: qualche giuria sì, le leggi quasi mai. Intanto, mentre i tribunali fanno il loro corso e i parlamenti discutono, i social restano esattamente quelli che sono, e stanno in tasca ai genitori e ai figli, stasera come ieri sera.

Questa è la puntata più pratica della serie. Ho raccolto quello che consigliano pediatri, psicologi e autorità sanitarie, e per ogni consiglio sono andato a cercare se ci fosse una prova che funziona davvero, perché di buon senso in giro ce n’è tanto e di dati molto meno. Qualcosa funziona, anche se poco, e tutto il lavoro resta a chi li usa e alle famiglie, ed è secondo me la parte più grave di tutta la faccenda.

Social media considered harmful. Forse... (2/5): Chi li ferma, o ci prova

In Italian

Il 25 marzo 2026, a Los Angeles, dodici persone comuni chiuse in una stanza hanno fatto quello che anni di audizioni al Congresso non erano riusciti a fare: hanno guardato bene Instagram e YouTube e hanno deciso, dieci voti contro due, che erano stati progettati con negligenza, che le aziende non avevano avvertito nessuno dei rischi, e che quel progetto aveva contribuito in modo determinante al danno subito da una persona che oggi ha circa vent’anni. Sei milioni di dollari, e una delle prime crepe vere in un muro che sembrava di cemento armato.

La settimana scorsa ho raccontato che lo sapevano. Questa volta voglio raccontare chi ha provato a fermarli, perché se lo merita: governi, giudici, parlamenti, autorità, e qualche persona che non si è rassegnata. Anticipo già come va a finire: davanti a una giuria, quando ci arrivano, le piattaforme perdono sempre, e davanti a una legge non perdono quasi mai.

Social media considered harmful. Forse... (1/5): Loro sapevano

In Italian

Il 1° ottobre il Pew Research Center ha pubblicato un sondaggio, fatto in 37 paesi e territori, su più di 45.000 persone. Il titolo dice che nel mondo cresce il numero di persone convinte che i social stiano facendo male alla democrazia.

Io ne sono convinto da una vita, e non solo per la democrazia. Penso che i social, per come sono costruiti oggi, siano un prodotto che crea dipendenza, venduto da aziende che lo sanno bene e che hanno fatto quello che hanno imparato da quelli venuti prima di loro, cioè i produttori di sigarette e i petrolieri: negare e prendere tempo, e intanto incassare tanti soldi a spese della gente comune. Lo dico subito così è chiaro da che parte sto. Questa è la prima di cinque puntate, una a settimana, in cui provo a dimostrarlo con i fatti, come mi piace fare solitamente. Il forse del titolo arriva alla fine, rimani con me fin lì.

Margaret Hamilton. Cosa porta all'ingegneria, perché è una figura importante (e non perché è una donna)

In Italian

Margaret Hamilton è morta il 30 settembre, a 90 anni. Il MIT l’ha scritto una settimana dopo, e da allora è tornata a girare quella foto: lei giovane, gli occhiali grandi, in piedi accanto a una pila di carta alta quanto lei. La didascalia che di solito le attaccano dice che quello è il codice che ha portato l’uomo sulla Luna, e che l’ha scritto lei.

La foto è vera. La didascalia molto meno, e la versione vera è una storia migliore. Io faccio l’architetto software, e una buona parte del mio mestiere consiste nel dare per scontato che prima o poi qualcuno sbaglierà (io per primo). Quell’idea ha un’origine precisa e sopra c’è il suo nome. Le devo un pezzo fatto bene, con le fonti, comprese quelle che non le fanno comodo.

Esce oggi, 13 ottobre, e la data casca a cecio, come si dice dalle mie parti. Il secondo martedì di ottobre è l’Ada Lovelace Day, la giornata che dal 2009 ricorda il lavoro delle donne nella scienza e nella tecnologia (l’ha inventata Suw Charman-Anderson, perché di modelli femminili in giro se ne vedevano pochi). Di solito in queste ricorrenze ci si scambia santini. Io preferisco scrivere.